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Banche Tutti pronti per la grande festa degli istituti in crisi

«Il mio mestiere è comprare partecipazioni in società che hanno potenzialità di crescita. E non c’è dubbio che, dopo la Caporetto delle verifiche europee sulla qualità dei bilanci, alcune banche italiane rappresentano un’occasione straordinaria perché sono state penalizzate oltre misura con giudizi finali fuori dalla realtà: perfino quelle greche sono state ritenute migliori!». 
Il commento, che è anche una manifestazione d’interesse, sia pure indiretta, è di un brillante finanziere italiano, ma con quartier generale delle proprie attività nella city londinese. I fondi per i quali lavora, tuttavia, non saranno tra i nuovi soci delle banche italiane in caccia di capitali perché, spiega, «sarebbe troppo faticoso e Banca d’Italia continuerà a favorire operazioni alternative. In prima istanza aggregazioni bancarie, poi eventuali acquisti da parte di banche estere».
Caccia al «cash»
Resta il fatto che serve liquidità, possibilmente in tempi rapidi. E questo significa che banche come il Monte dei Paschi di Siena e la Carige di Genova, ma non soltanto loro, devono tornare sui mercati finanziari. In più non è detto che la nascita di poli bancari sia una strada facilmente percorribile. In passato Banca d’Italia decideva, esercitava la moral suasion necessaria e, con le buone o con qualche ruvidità, i giochi erano fatti. Oggi lo scenario è diverso. La Vigilanza è passata alla Bce, le banche nelle condizioni migliori tengono chiusi i cordoni della borsa per mantenere posizioni di assoluta tranquillità, le grandi banche estere hanno spesso problemi non banali (anche se la potenza dei loro Stati le ha messe al riparo da bocciature grazie alla definizione di regole favorevoli).
Ecco perché conviene tenere d’occhio finanzieri, imprenditori e fondi internazionali.
Il più chiacchierato di tutti è Andrea Bonomi che, nonostante il ricordo delle difficoltà incontrate con l’entrata nella Banca popolare di Milano, è seriamente interessato a tornare sul luogo del delitto, inteso come sistema bancario italiano.
Rotte per Genova
La possibilità è che giochi un ruolo nella ricapitalizzazione di Carige, annunciata nei giorni scorsi. La partita è aperta, con la Fondazione che non pare avere la forza finanziaria per evitare la diluizione della sua partecipazione e la necessità di partner disponibili ad affiancare il secondo azionista, i francesi del gruppo Bpce ( Groupe des banques populaires et des caisses d’Epargne ), che controllano quasi il 10 per cento di Carige e sottoscriveranno l’aumento di capitale.
Ma il rafforzamento dei francesi e l’arrivo di Bonomi non entusiasma i genovesi, che temono di vedersi sfilare la banca. O, sarebbe meglio dire, quanto resta della banca. La conseguenza è che, qualche giorno fa, sono state avviate le grandi manovre per convincere Vittorio Malacalza, un imprenditore genovese molto liquido, a farsi paladino del territorio. Malacalza ha certamente la forza finanziaria per giocare un ruolo chiave, grazie ai capitali raccolti con la vendita delle attività nella siderurgia al gruppo ucraino Metinvest e la plusvalenza ottenuta con l’uscita dalla Pirelli.
Interessi esteri
C’è chi è pronto a scommettere che potrebbe farlo affiancato da un altro gruppo bancario francese, presente in Italia con Cariparma-Crédit agricole (di cui fa parte la ex Cassa di risparmio di La Spezia). Ma la casa madre ha ribadito più volte che sul mercato italiano «non è prevista crescita per linee esterne» e, forse a malincuore, anche il vertice di Parma si è allineato.
Né prevede il rientro in Italia Raffaele Mincione che, come Bonomi, è rimasto scottato dall’entrata nella Banca popolare di Milano, in cui mantiene una partecipazione superiore di poco al 5 per cento tramite Athena capital sarl, socio accomandatario e gestore del fondo omonimo. Mincione, che ha scelto di operare da Londra, sta esaminando opportunità d’investimento in banche europee ma, tranne colpi di scena, se ne starà molto lontano dagli istituti italiani, nonostante possa contare su un consigliere di peso come Lamberto Dini, l’ex direttore generale della Banca d’Italia ed ex capo del governo.
Molto attivo risulta anche Davide Serra, un altro imprenditore votato alla finanza che ha radici londinesi ma, nel suo caso, con focus sull’Italia. Proprio nei giorni scorsi Serra, molto vicino al presidente del consiglio, Matteo Renzi, ha annunciato una nuova iniziativa: l’Algebris Npl fund 1, che investirà acquistando portafogli di crediti in sofferenza delle banche italiane. A partire da quelli del Monte dei Paschi di Siena.
Ma altre operazioni sono in arrivo e riguarderanno l’area finanza, escluso però l’entrata diretta con partecipazioni rilevanti nel capitale d’istituti di credito (almeno per il momento). Finora i fondi gestiti da Algebris hanno posizioni, ben a sotto della soglia del 2 per cento, in Unicredit, Intesa, Fineco. Chi va tenuta d’occhio, infine, è Clessidra, il fondo di private equity gestito da Claudio Sposito. In passato ha sempre smentito l’entrata nel capitale delle banche con partecipazioni di peso, ma la liquidità non manca e la tentazione potrebbe esserci.
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