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Banche troppo grandi, Paesi troppo piccoli

È successo in Islanda. Poi in Irlanda. Poi ancora a Cipro. Tutti i tre paesi hanno fatto crescere i sistemi bancari, costruendo su essi la loro fortuna. Poi sono collassati. Perché?
Facile capire cosa abbiano in comune i tre stati: sono piccoli. Da un punto di vista strettamente economico – politicamente scorrettissimo… – si è detto che hanno dimensioni inferiori a quelle ottimali. Due di essi sono tecnicamente microstati: l’Islanda ha 320mila abitanti, Cipro 840mila. L’Irlanda supera invece la soglia dei due milioni di abitanti, e raggiunge i 4,5 milioni; ma è risultata piccola rispetto all’entità del problema.
Per un microstato, in un mondo in cui moneta e prestiti sono creati “con un tratto di penna” da banche centrali e aziende di credito, è facile che il sistema creditizio e finanziario cresca troppo. Alla sfida offerta dalle piccole dimensioni dell’economia si aggiunge quindi quella delle grandi dimensioni della finanza. Privata: nei tre paesi non c’era un problema di bilanci pubblici, allo scoppio della crisi nel 2008 il debito era ben al di sotto del 60% del pil. Le attività (e quindi le passività + il capitale) bancarie superavano invece, e di molte volte, la capacità dell’economia: oltre il 700% del pil in Irlanda, l’835% a Cipro, il 900% in Islanda.

Anche alcune singole banche sono diventate troppo grandi per fallire, e quindi per esistere: l’Islanda ha in pratica tre aziende di credito; a Cipro tre banche – Bank of Cyprus, Laiki Bank, and Hellenic Bank – hanno assets che sfiorano il 500% del pil, in Irlanda – la più “sana” – i tre gruppi maggiori avevano nel 2008 assets pari al 238% del pil. Era inevitabile uscire dai confini: nel 2012, il debito estero di tutte aziende creditizie e finanziarie era pari al 202% del pil in Irlanda e al 334% a Cipro, mentre in Islanda nel 2007 era al 500% circa.
Questi numeri significano due prevedibili cose: in caso di difficoltà nessun governo da solo avrebbe potuto far salvataggi, e il coinvolgimento di altri paesi sarebbe stato inevitabile. Questi numeri non significano però necessariamente crisi: le aziende creditizie e finanziarie del Lussemburgo – 525mila abitanti… – hanno debiti con l’estero del 1000% del Pil, ma non sono in difficoltà. Non significano neanche, necessariamente, una cattiva gestione degli investimenti: la cessione delle attività delle banche islandesi stanno permettendo il rimborso dei creditori. Anche se non si può dire la stessa cosa, però, per i mutui irlandesi, garantiti da immobili il cui valore era salito troppo, o degli assets ciprioti detenuti in Grecia, travolti dalla crisi di Atene.
Non c’è dunque alcun destino ineluttabile. Piuttosto scelte sbagliate: alla doppia sfida delle dimensioni si è risposto con un miscuglio di cattiva gestione aziendale, di insufficienti controlli e soprattutto di pessima politica. Soprattutto nel settore immobiliare, quello “preferito” dai governi.
Ogni paese ha una sua storia, sotto questo punto di vista. In Islanda la banca centrale ha tenuto alti i tassi per inseguire un’inflazione che in realtà rifletteva politiche a favore dell’acquisto di case. Anche i rendimenti sono diventati interessanti e molti capitali hanno raggiunto Reykjavik. Le banche, mal controllate e votate a una strategia di rapida espansione all’estero, si sono indebitate a breve termine. Quando la crisi ha invertito la marcia dei flussi finanziari, non hanno più trovato credito.
In Irlanda i tassi, decisi a Francoforte, erano invece troppo bassi. Hanno alimentato una bolla immobiliare, sostenuta anche dalla rapida espansione dei redditi e da una politica di pianificazione territoriale incoerente. Anche qui le banche si sono finanziate a breve termine – tre mesi – sul mercato internazionale, incontrando gli stessi problemi dell’Islanda con la crisi del 2007.
A Cipro sono arrivati troppi capitali dall’estero, soprattutto dalla Russia: sono stati attirati da politiche fiscali e dagli scarsi controlli sulle banche. Le aziende di credito hanno quindi concesso mutui garantiti da immobili dal valore gonfiato da una bolla sostenuta dagli acquisti delle famiglie britanniche; mentre investimenti pari al 160% del pil sono stati diretti in Grecia, dove hanno sofferto ingenti perdite perché così prevedevano le condizioni del salvataggio di Atene.
Un insieme di debolezze, insomma, ha contribuito al collasso. La politica, le banche, le regole sono apparse incoerenti, inefficienti, prive di progettualità, in cerca di scorciatoie. Non solo però in Irlanda, Islanda e Cipro, che erano soltanto troppo piccole per sostenere tanti errori.

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