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Banche «Troppi vantaggi alle Poste. Ora separino le attività finanziarie»

Fratelli gemelli? Non proprio. Riparte il duello fra le banche e le pubbliche Poste, che sempre più vendono conti correnti e sempre meno consegnano cartoline. La galoppante divisione BancoPosta, quella dei prodotti bancari, nel 2012 ha inciso per il 60,1% sui ricavi da mercato della capogruppo Poste spa, contro il 56,5% dell’anno prima. A Palazzo Altieri, sede dell’Associazione bancaria italiana (Abi) presieduta da Antonio Patuelli, sale il malcontento per la concorrenza, ritenuta sleale, dell’azienda guidata da Massimo Sarmi, che lunedì 14 ha votato sì all’aumento di capitale di Alitalia, per il cui salvataggio si è impegnata a sborsare 75 milioni di euro.
Sono noccioline, su un utile di gruppo di un miliardo e 32 milioni (+22% sul 2011). E in Alitalia le Poste saranno a braccetto, salvo sorprese, proprio con i big delle banche, cioè Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ma il sistema bancario chiede ora che il BancoPosta sia sottoposto alla vigilanza piena, e non depotenziata, della Banca d’Italia; e che ai suoi lavoratori sia applicato lo stesso contratto dei bancari.
L’obiettivo è sempre quello: che il BancoPosta sia scorporato e quotato in Borsa. Non si capisce perché le privatizzazioni si siano fermate proprio lì, è il cruccio dell’Abi.
Il tema non è nuovo, già con la presidenza Faissola l’Abi se ne occupò. Con l’era Mussari il contrasto sembrava appianato. Ora riparte l’attacco, dopo il caso Alitalia e lo schiaffo ricevuto un mese fa dall’Abi: il 13 settembre il Tribunale Ue le ha dato torto sulla questione dei conti correnti postali remunerati al 4% dall’azionista Tesoro: «Non sono aiuti di Stato», ha decretato Lussemburgo, ribaltando la pronuncia della Commissione Ue del 2008. Per le banche, le Poste restano però un «monstrum» giuridico, un bazaar dove si trova tutto, dalle polizze alle schede telefoniche. Persino i quaderni.
I due punti dolenti
Sono due i punti dolenti per l’Abi. Il primo è che le Poste, controllate al 100% dal Tesoro, non sono sottoposte alla vigilanza piena della Banca d’Italia, bensì a un controllo parziale, da intermediari finanziari. Per esempio, non viene loro richiesto lo stesso rispetto dei limiti patrimoniali che ha messo in ginocchio molti istituti di credito. Certo, è perché le Poste non possono prestare soldi: ma lo fanno indirettamente (hanno accordi con Deutsche Bank e Compass e offrono dal mini-prestito alla cessione del quinto). Per le banche, c’è disparità.
L’azienda di Sarmi replica che «le attività consentite dalla legge al BancoPosta escludono l’attività di concessione del credito e per tale ragione BancoPosta non è una banca». Ritiene inoltre di essersi già adeguata nel 2011, quando costituì il Patrimonio BancoPosta con rendiconto separato: fatto che «ha posto le premesse per l’applicazione a BancoPosta anche della normativa di Basilea. Il passaggio diventerà operativo quando la Banca d’Italia avrà emanato le nuove istruzioni di vigilanza relative all’attività di BancoPosta, in corso di redazione».
Il secondo j’accuse mosso dalle banche è che le Poste applicano ai lavoratori dedicati alle funzioni bancarie un contratto (quello dei postali) con salari più bassi (del 25-30%, è il calcolo). La proposta di estendere ai postali l’accordo dei bancari è destinata a far discutere, visto che proprio l’Abi ha appena disdettato il contratto in anticipo e il 31 ottobre dovrà ad affrontare il primo sciopero generale in 13 anni, mentre si prevede il taglio di 20 mila posti di lavoro entro il 2020. «La stretta sinergia operativa tra le attività di BancoPosta e quelle postali rende inapplicabile una regolamentazione del lavoro basata su più contratti collettivi, distinti in ragione del contenuto delle funzioni», è comunque la risposta di Poste.
Ma il terreno di scontro è più ampio e si allarga alle ambite commissioni alla clientela, che sono fra le principali fonti di redditività bancaria, però in calo per via della congiuntura e della maggiore attenzione alle spese da parte del risparmiatore. Secondo le banche, ad esempio, c’è un sostanziale monopolio postale nel pagamento con bollettino allo sportello del canone tv, per il quale sono convenzionati soltanto pochi istituti di credito, perlopiù piccole Bcc.
I numeri
Del resto, che le Poste siano ormai un rivale vero si capisce confrontando il loro ultimo bilancio con i numeri di tutto il sistema bancario (vedi tabella). I conti correnti postali alla clientela privata sono ormai il 14% del totale, uno su sette. E più di una carta prepagata su due (il 50,8%) è targata Poste. Quanto alle carte di debito, i Postamat (l’equivalente dei Bancomat) sono il 16% di tutte quelle in circolazione.
Il tutto mentre il BancoPosta copre «solo» il 3,8% del margine d’interesse di tutto il sistema, cioè dei ricavi da attività bancaria tipica, ma assorbe il doppio (il 6,4% del sistema) in margine d’intermediazione, che è come dire i guadagni sulle commissioni. Il dato forse più sorprendente è però quello dei costi. Con 4,6 miliardi di euro — quasi il quadruplo del suo miliardo e mezzo di ricavi da attività bancaria — il BancoPosta pesa infatti per il 9% sui costi operativi dell’intero sistema bancario. Ma un dipendente del BancoPosta costa in media 45.532 euro all’anno, quasi la metà dei 78.357 euro di un bancario.
La spinta Antitrust
Era il 2 ottobre 2012 quando l’Antitrust ribadì che è lo scorporo la strada da prendere: «L’Autorità ritiene necessaria la separazione societaria dell’attività di BancoPosta da Poste Italiane, con tutti i necessari requisiti di un operatore bancario. Ciò consentirebbe due rilevanti effetti pro-concorrenziali: la nascita di una vera banca in condizione di competere come nuovo operatore e la presenza di un operatore postale che compete in modo più trasparente nei servizi postali». Così era scritto un anno fa nella segnalazione per il disegno di legge sulla concorrenza. Mai partito.

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