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Banche in tensione, già persi 734 milioni

I crediti senza garanzia? Sfumati. I crediti con garanzie solide? In parte recuperati e in parte convertiti in capitale. I tempi? Non brevi, ma coerenti con la soluzione del rebus Ilva, se una soluzione ci sarà. I rischi sui bilanci? Ormai ridotti al minimo, perché le perdite vere sono state, a livello contabile, quasi tutte già coperte. Il vero convitato di pietra nelle trattative in corso fra il Governo e Arcelor Mittal sono le banche. Senza di loro non si troverà una soluzione – nella gestione dell’enorme passivo e nella definizione dei nuovi assetti proprietari – per rimettere insieme i cocci dell’Ilva. Senza di loro non ci saranno i soldi con cui realizzare gli investimenti sui forni elettrici e sul preridotto. E, questo, vale sia che Arcelor Mittal resti con convinzione, sia che rimanga il tempo necessario per gestire una uscita ordinata, sia che scelga la strada del contenzioso lasciando al Governo l’onere di statalizzare tutto o di cercare altri soci privati. Intesa, Bpm e Unicredit hanno 1.550 milioni di euro di crediti. I crediti chirografari – senza alcuna forma di garanzia – valgono 734 milioni. Si tratta di prestiti concessi prima del 2012: epoca Riva, quando l’azienda sotto il profilo dei conti andava bene e la famiglia lombarda aveva verso le banche (come anche verso i fornitori) una fama di eccellente pagatrice e dunque poteva permettersi di aprire (consistenti) posizioni prive di garanzia. Questi 734 milioni di euro sono naturalmente un argomento spinoso al tavolo negoziale, ma davvero i banchieri su questi soldi non hanno leva. E lo sanno. Il problema è come – e quanto – portare a casa dei crediti che, invece, hanno forme di garanzia più o meno intense. Come farlo tutelando i propri interessi e al contempo esercitando una responsabilità pubblica: chiedendo di rientrare di ogni singolo euro garantito, rimarrebbero con in mano meno di quanto previsto e getterebbero il cerino definitivo nella tanica di kerosene che, con il tema occupazione, ha oggi nei debiti l’altro grande propellente. I numeri sono, a loro modo, semplici. Si parte da quanti soldi – se in questi giorni non salterà tutto – rimarranno sul tavolo. Premesso che Arcelor Mittal non ha intenzione di mettere un euro in più rispetto a quelli che ha già perso, con un approccio formalistico da parte delle banche e del Governo non si va da nessuna parte. Il prezzo di acquisto di Arcelor Mittal – se mai acquisto finale ci sarà – era di 1,8 miliardi di euro. Da questo numero bisogna togliere 250 milioni per il fondo incentivo all’esodo, 180 milioni che in vario modo sono stati – o si considerano – già corrisposti, una cifra compresa fra i 100 e i 170 milioni di euro collegata a forme di variazione patrimoniale negativa. Nel caso peggiore – per i creditori – rimangono sul tavolo 1,2 miliardi di euro. Procedendo per le vie strettamente giuridiche – ripagando dunque con quei soldi chi ha più titolo – alle banche rimarrebbe poco. Non stiamo a guardare la qualità di quei crediti, senior o supersenior. Il succo è che prima riprenderebbero i soldi il Mef e il Mise (due distinte tranche da 300 milioni di euro) e la Cassa Depositi e Prestiti (330 milioni di euro). Tutti gli altri creditori – garanzia dello Stato o no, prededucibilità o no, garanzie di primo grado o no – dovrebbero spartirsi appunto 270 milioni di euro e gli altri attivi liquidabili (come il 50% di Itabrasco, la partecipata con i brasiliani di Vale per l’acquisto di materie prime). A questo punto, si sta lavorando su una impostazione diversa. I crediti direttamente e indirettamente in capo al Mef e al Mise (600 milioni) potrebbero essere ad esempio convertiti in una azione simbolica con diritto di golden share: sul numero di amministratori, sulle scelte strategiche del consiglio di amministrazione, sulla definizione del management. Di fatto, la società diventerebbe fortemente influenzata dalla mano pubblica. I 330 milioni di euro di Cdp torneranno a Cdp. Sul tavolo – dell’1,2 miliardo – rimarrebbero 870 milioni di euro, in prevalenza in capo ad Intesa Sanpaolo, Bpm e Unicredit. Le quali però, se proquota riprendessero i soldi, svuoterebbero la società. Da qui le discussioni – accese – sul progetto di convertirli in parte in capitale. Il meccanismo complessivo non è semplice: perché, quando Arcelor Mittal avrà pagato l’1,2 miliardi di euro in questione, il denaro si troverà in mano a Ilva in Amministrazione Straordinaria che dovrà chiedere l’autorizzazione al Tribunale di Milano a concedere un anticipo del passivo. Se ci sarà l’ok della magistratura, occorrerà quindi dare una parte dei soldi ai creditori – in particolare, appunto, le banche – e fare una conversione di una parte dei crediti bancari in equity. Sì, ma in che proporzione? La quota potrebbe essere fra il 25% e il 50 per cento. Una operazione non da pochi giorni, ma con un orizzonte di alcuni mesi. Con una particolarità, ancora da studiare, per ridurre l’impatto sui bilanci di Intesa, Bpm e Unicredit di questo ulteriore mancato rientro: una fetta potrebbe essere in capitale vero e proprio e una altra fetta in strumenti ibridi, così da consentire alle tre banche di non considerare questa partecipazione alla stregua di puro capitale di rischio – e che rischio – ma di trattarlo anche come una obbligazione.

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