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Banche tedesche declassate, ora anche la SuperGermania scopre la paura di fermarsi

«Achtung, Baby»: la Germania non passerà attraverso le fiamme della crisi fischiettando. Ieri mattina, sui mercati, l’invito a fare attenzione quando si dà per scontato che il Paese al centro dell’Europa non corra rischi era sulla scrivania di tutti, dal momento che l’agenzia di rating Moody’s aveva declassato sei gruppi bancari tedeschi, compreso il secondo del Paese, Commerzbank. Che la Germania non sia destinata a restare indenne dalle conseguenze della drammatica situazione finanziaria e dalla recessione in parti dell’Eurozona è da tempo chiaro. L’azione di Moody’s – interna a una revisione generale delle società finanziarie continentali – ha però ricordato che i canali di trasmissione del contagio sono aperti anche in direzione dell’economia più robusta. Un avvertimento che riguarda le banche ma che accende anche un faro sulle prospettive generali del Paese.
Oltre a quello di Commerzbank, Moody’s ha ridotto di un gradino il rating di Dz Bank, LB Baden-Württemberg, Norddeutsche LB, Helaba (Assia-Turingia). E di due gradini quello di DekaBank. Inoltre ha declassato di una posizione la controllata tedesca di Unicredit, per metterla in linea con il rating della casa madre italiana. Deutsche Bank, il maggiore e più prestigioso istituto tedesco, sarà oggetto di una valutazione a parte – i cui risultati si sapranno a fine giugno – dovuta alla sua forte attività di capital market.
In generale, la valutazione data alle banche tedesche è meno severa di quella assegnata ad altri istituti europei, in particolare a quelli di Paesi con difficoltà di bilancio pubblico che hanno in cassaforte molti titoli di Stato dei loro governi: tutte le banche interessate dalla decisione di Moody’s rimangono nella fascia di rating A, pur in deterioramento e con alcune di esse considerate negative dal punto di vista delle prospettive.
La ragione principale del downgrading sta proprio nel rischio di contagio nell’Eurozona. «Abbiamo voluto individuare vulnerabilità da ulteriori potenziali choc dalla crisi del debito nell’area euro e come ciò potrebbe influenzare la fiducia degli investitori in Europa», ha spiegato Carola Schuler, managing director dell’agenzia di rating. Moody’s è particolarmente preoccupata dall’esposizione che le banche hanno, in diversi Paesi, nei confronti dei settori immobiliare, della navigazione commerciale, dei privati, oltre che ovviamente dai titoli di Stato dei Paesi periferici che ancora gonfiano i portafogli degli istituti tedeschi. In caso di stress, la capacità delle banche di assorbire le perdite è ritenuta insufficiente. Mentre riconosciamo – scrive Moody’s – «che negli anni recenti le banche tedesche hanno effettuato azioni nei confronti delle sfide poste dalla qualità degli asset, crediamo che abbiano solo parzialmente incorporato i rischi al ribasso posti dalla crisi del debito in corso nell’area euro e nei trend economici globali in evoluzione. Quindi, possono registrare ulteriori significative perdite se i rischi al ribasso si materializzeranno».
Ieri, Moody’s ha anche declassato le austriache Erste Group Bank, Raiffeisen Bank e Bank Austria (gruppo Unicredit). Soprattutto a causa della loro esposizione alle economie dell’Europa Centrale e dell’Est.
A questo punto della crisi europea, l’attenzione del mondo si è dunque palesemente spostata sulle banche. Su quelle spagnole che avranno bisogno di essere ricapitalizzate, quasi certamente con fondi europei. Su quelle dei Paesi in difficoltà. Ma anche su quelle della virtuosa Germania. La spiegazione è semplice: gli istituti tedeschi hanno finanziato per anni i deficit dei conti correnti dei Paesi periferici, negli anni del boom hanno cioè prestato a Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, Irlanda l’eccesso di risparmio dei tedeschi. Ora che quei crediti sono diventati difficili, hanno un guaio, sulla base del motto di Paul Getty «se devi alla banca cento dollari hai un problema, se devi alla banca cento milioni è la banca che ha un problema».
I dati della Banca per i regolamenti internazionali dicono che gli istituti tedeschi sono esposti ai cinque Paesi considerati periferici per 438 miliardi, a fronte di un’equity stimata in poco più di 300 miliardi. In uno studio intitolato proprio «Achtung Baby», la società americana di asset management Carmel ha calcolato che nei prossimi cinque anni le perdite del sistema bancario tedesco dovute all’esposizione verso il debito dei Paesi in difficoltà varieranno tra gli 80 miliardi, se l’euro resta integro, e i 200 miliardi se la moneta unica dovesse sfaldarsi. Queste non sarebbero le uniche perdite che la Germania dovrebbe sopportare, ma sarebbero sufficienti a mettere in crisi le banche, a creare una forte recessione e a mandare fuori controllo il debito di Berlino che dovrebbe in qualche modo salvare i suoi istituti. «Achtung, Banken» ha un suo senso, dunque.

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