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Banche tedesche, attivi illiquidi all’80%

Gli istituti tedeschi hanno titoli di livello 2 e 3 pari a dieci volte il «common equity tier 1»
Le banche tedesche affogano nei titoli illiquidi. Quelli che non hanno un valore certo di mercato. Quelli che non sono quotati su nessun listino. Quelli che una volta venivano definiti «titoli tossici». L’80% delle attività finanziarie che si trova nei loro bilanci è infatti illiquido. In Gran Bretagna la percentuale scende a circa il 70%, in Francia al 50% e in Spagna a circa il 40%. Invece i bilanci delle banche italiane hanno pochissimi titoli di questo tipo: non arrivano neppure al 30% del totale attività finanziarie presenti nei loro bilanci. A certificarlo, sui dati di fine 2016, è la Consob nel suo «Risk Outlook» pubblicato ieri. Mentre l’Europa intera guarda con preoccupazione i crediti deteriorati nei bilanci delle banche italiane, l’Autority guidata da Giuseppe Vegas ricorda a tutti che gli istituti di credito di altri Paesi non sono immuni da rischi. Paese che vai, vulnerabilità che trovi.
Il problema dei titoli illiquidi emerse in maniera devastante durante la crisi del 2007-2009, quando nessuno si fidava più dei bilanci delle banche proprio perché erano pieni di titoli invalutabili. Quelli che, proprio in quel periodo, vennero definiti «tossici». Un’attività finanziaria senza mercato è infatti invendibile e – per di più – invalutabile: non essendoci nessuno disposto a comprarla, è impossibile stabilire un prezzo certo. Dato che in bilancio un’attività deve essere iscritta a un valore corretto (fair value), i titoli illiquidi vengono prezzati a “spanne” usando modelli matematici. Questo fu il problema durante la crisi del 2008: nessuno si fidava più del modo in cui i bilanci venivano redatti, del modo in cui venivano valutati titoli che non hanno prezzi certi. Questo fomentò a quei tempi una cultura del sospetto, che si tradusse in quella crisi di liquidità che mandò gambe all’aria Lehman Brothers. Oggi è cambiato il clima sul mercato (per fortuna), ma i bilanci in molti Paesi sono ancora pieni zeppi di questi titoli.
Ci sono due tipi di titoli illiquidi. Da un lato ci sono quelli catalogati al «livello 2»: si tratta di titoli non quotati su alcun listino, che hanno però titoli simili su qualche mercato. Il modello matematico, in tal caso, assegna a questi titoli un valore in linea con quello dei titoli simili che un prezzo ce l’hanno. Per intenderci: è come se per assegnare un valore a un’automobile si prendesse il valore di un modello simile come punto di riferimento. Ci sono poi i titoli di «livello 3»: quelli che non sono quotati e che non hanno nulla di simile sul mercato. Insomma: titoli interamente invalutabili. Per assegnare a questi titoli un prezzo, le banche usano solo modelli matematici senza avere nessun punto di riferimento. Assegnano dunque un valore opinabile, e impreciso, che però poi va a comporre il bilancio.
Ebbene: le banche tedesche – secondo i dati elaborati da Consob – sono piene di titoli di livello 2 e 3. Insieme valgono 10 volte il «common equity tier 1», cioè il patrimonio di prima qualità delle banche. Questo significa che se per qualunque motivo questi titoli dovessero perdere anche solo il 10% del loro valore – per esempio per effetto di una nuova crisi -, l’intero patrimonio delle banche tedesche verrebbe azzerato. E anche le banche francesi e inglesi, in caso di improvvise svalutazioni di questi titoli, soffrirebbero molto, a differenza di quelle italiane che hanno pochi titoli illiquidi in bilancio. Da noi gli istituiti di credito hanno però un enorme problema di crediti deteriorati.
La differenza tra le banche di Paesi diversi è legato al diverso modello di business. In Italia le banche hanno sempre fatto poca finanza e molta attività creditizia sul territorio, mentre in Germania e in altri Paesi è avvenuto il contrario. Ecco perché oggi nei bilanci tedeschi le attività finanziarie corrispondono al 45% del totale attivi, in quelle francesi al 46%, in quelle inglesi al 35%, mentre in quelle italiane non arrivano al 30%. Questi numeri devono dunque far riflettere: può essere considerato sicuro un sistema bancario come quello tedesco che ha metà degli attivi composta da titoli finanziari e, di questi, l’80% è illiquido? Le banche italiane hanno certo mille problemi: secondo i dati Eba sono le quarte peggiori d’Europa per crediti deteriorati (dopo Grecia, Cipro e Portogallo), le peggiori per redditività e le seconde peggiori per costi. Di problemi ne abbiamo tanti, dunque. Ma, diversamente, anche in Germania e in altri Paesi gli istituti creditizi non sono immuni da rischi.

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