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«Banche, svalutare di più per rilanciare il credito»

«È profondamente sbagliato pensare che la contrazione del credito in Italia sia responsabilità dell’Eba. Ciò che stiamo facendo punta esattamente al contrario: il rafforzamento patrimoniale e la pulizia dei bilanci bancari sono una condizione necessaria per far ripartire il credito per imprese e famiglie». Quando tre anni fa accettò l’incarico di presidente dell’Autorità bancaria europea, Andrea Enria (foto) tutto si aspettava meno di finire sotto accusa come “nemico della patria”.
Le “sue” regole, o meglio le regole targate Eba sui ratios patrimoniali delle banche, sulla classificazione delle sofferenze, sui bonus dei banchieri e soprattutto sui temutissimi “stress test” dei bilanci sono state infatti indicate dai banchieri italiani (ma quasi mai pubblicamente) non solo come le vere responsabili del più lungo stallo nella concessione del credito mai registrato in Italia, ma anche di una sorta di “penalizzazione” dei nostri istituti nei confronti dei loro concorrenti esteri.
Critiche pesanti, dunque, che Enria ritiene non solo ingiuste, ma soprattutto fuorvianti: in questa intervista, rilasciata a poche settimane di distanza dalla pubblicazione degli stress test sulle 15 banche italiane di maggiori dimensioni per accertarne rischi e requisiti di capitali (i risultati saranno pubblicati in ottobre) il presidente dell’Eba conferma dunque che la linea del rigore sulla solidità del credito non cambia, che non esiste alcuna “discriminazione o penalizzazione” delle banche italiane e che la spinta a rafforzare il capitale non si fermerà finchè tutte le banche europee non avranno ripulito i propri conti dalle sofferenze, dai crediti inesigibili e dai “residui tossici” che ancora sono presenti nei loro bilanci. «Bisogna ridurre la capacità in eccesso nel sistema bancario – spiega Enria – e completare con vigore la pulizia dei bilanci: in America questo processo è stato molto più rapido che in Europa, molte più banche sono state riconosciute insolventi e sono uscite dal mercato e il patrimonio del sistema rafforzato adeguatamente già nel 2009, con l’iniezione dei fondi pubblici del Tarp: questo ha consentito di far ripartire i prestiti per imprese e famiglie. In altre parole, se vogliamo far ripartire l’economia europea come quella americana dobbiamo anche noi completare questo processo».
Dottor Enria, si rende conto che il sistema bancario italiano attribuisce di fatto alle sue regole la stagnazione del credito e quindi la crisi dell’economia nazionale? Come replica a chi sostiene che l’Asset quality review e gli stress test sono stati troppo tarati sulle banche commerciali, il modello dominante in Italia, è troppo poco sulle banche di tipo anglosassone, dove l’attività finanziaria e di investimento è prevalente su quella creditizia?
Abbiamo fatto un’analisi a livello europeo e in ciascun paese. In tutti i casi, compresa l’Italia, i dati smentiscono l’interpretazione che requisiti di capitale più rigorosi siano all’origine della contrazione del credito. Al contrario, sono le banche meno patrimonializzate e con problemi di qualità dell’attivo quelle che hanno maggiormente rallentato l’erogazione del credito, per economizzare capitale. Quelle che hanno rafforzato il proprio capitale stanno espandendo il credito, e sono in grado di continuare a sostenere la clientele anche durante una crisi. Capisco che le banche si sentano sotto pressione, e che possano percepire alcuni criteri come più penalizzanti per loro che per i loro concorrenti in altri paesi. Ma non è così: l’Eba lavora per garantire un sistema coerente a livello europeo, un vero level playing field. Lo stress test è stato costruito assieme al Consiglio Europeo per il Rischio Sistemico, in modo da cogliere i rischi più rilevanti per il sistema bancario europeo, e contiene criteri molto severi anche per le attività sui mercati dei capitali. In diversi paesi le attività strutturate eredità della crisi sono al centro del processo di Asset quality review. È un grande sforzo collettivo, per garantire a imprese e famiglie un sistema creditizio solido e ben funzionante. Vorrei anche ricordare che le nostre decisioni vengono prese a maggioranza dai 28 membri votanti del Board dell’Eba: spesso c’è ampio consenso; ma i rapprersentanti di tutti i paesi, anche quelli più grandi, si sono in alcuni casi trovati in minoranza. Non c’è alcuna discriminazione nazionale, ma un vero processo decisionale europeo, che dovrebbe essere esteso anche ad altri campi.
E l’accusa di essere un italiano che non ha a cuore l’Italia?
Purtroppo, la critica personale fa parte di una tendenza comune: quando le cose decise in Europa portano consenso, il merito è dei governi nazionali; quando si devono prendere misure difficili, è colpa di Bruxelles, di Francoforte o, nel nostro caso, dell’Eba che ha sede a Londra. Lo capisco, ma mi fa soffrire che si pensi che non abbiamo consapevolezza delle difficoltà in cui versano imprese e famiglie. Quello che facciamo è guidato da questa consapevolezza, dalla volontà di riparare il meccanismo del credito all’economia.
Però c’è un dato di fatto: malgrado gli oltre mille miliardi di euro di liquidità immessi nel sistema bancario europeo dalla Bce e malgrado l’ondata di ricapitalizzazioni effettuate dalle banche dopo gli stress test del 2011-2012, il livello di erogazioni creditizie all’economia è ancora troppo basso per sostenere la ripresa. E in Italia è effettivamente più basso che in altri Paesi…
Il nostro esercizio di ricapitalizzazione e ora l’asset quality review e gli stress test hanno gia’ spinto le banche a un significativo rafforzamento della posizione patrimoniale e hanno accelerato la pulizia dei bilanci delle banche europee. Il Core tier one ratio (il livello di capitale necessario per assorbire crisi impreviste, ndr) ha raggiunto quota 11,6% a dicembre 2013, contro il 9,2% a dicembre 2011. Voglio aggiungere che l’incremento del capitale delle banche Europee più grandi è stato anche superiore a quello registrato dalle principali banche statunitensi dall’inizio della crisi nel 2008: +45% per le banche europee, +36% per le banche Usa.
E allora perché mai il credito è ripartito bene in America mentre in Europa (e soprattutto in Italia) è ancora fermo? La differenza dell’aggiustamento sta soprattutto nei tempi: in America le svalutazioni e la cessione dei crediti di cattiva qualità è stata più rapida che da noi. L’aggiustamento più lento delle banche europee ha anche comportato un ritardo nella riduzione del peso del debito per famiglie e imprese. Anche questo spiega la dinamica del credito.
Può spiegarsi meglio?
Certo. Stiamo cercando di uscire da una crisi diversa dalle altre, una balance sheet recession guidata da un eccessiva espansione del debito. Anche in questi ultimi anni, l’indebitamento del settore privato ha continuato a crescere. Imprese e famiglie sono soffocate dal peso del debito e ritardano le spese, anche per investimenti. Il riconoscimento delle perdite sui crediti delle banche è necessario per abbattere il peso del debito sul settore privato, è l’altra faccia della medaglia. Una pulizia rapida dei bilanci – che negli Stati Uniti, bisogna riconoscerlo, è stata enormemente aiutata da meccanismi di aiuto pubblico, come Fannie Mae e Freddie Mac – e una ristrutturazione delle banche creano spazio per nuovi crediti a nuove iniziative. Se le banche continuano a mantenere a bilancio poste valutate a valori irragionevoli si sottraggono risorse a nuovi investimenti. È questa anche la lezione dell’esperienza di gestione della crisi nei paesi Nordici all’inizio degli anni novanta.
Che giudizio verrà fuori dagli stress test sulle banche italiane?
A questa domanda non posso rispondere: non posso anticipare i risultati di un esercizio ancora in corso, e ancor meno esprimere giudizi su un sistema nazionale. Comunque non si dovrà attendere molto: nella seconda metà di ottobre diffonderemo i risultati dell’esame.
Riformulo la domanda: pensa che le svalutazioni effettuate dalle banche italiane siano state sufficientemente rapide?
Le banche italiane sono state penalizzate dal legame perverso che si è creato tra le banche e i propri sovrani, a causa della scelta politicia sbagliata fatta nel 2008 di lasciare agli Stati nazionali la responsabilità esclusiva di sostenere le banche. Avevamo un sistema integrato, dovevamo agire in modo più europeo. Questo ha portato a difficoltà nel funding delle banche italiane e all’inceppamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria. L’Unione bancaria e le misure adottate dalla Bce stanno ponendo rimedio a questo problema. Ora gli stress test e l’asset quality review, condotti insieme alla Banca Centrale Europea, sono un’occasione per completare questo difficile percorso, per le banche italiane come per tutte le banche europee. È un passo fondamentale per uscire dall’emergenza. Quello che è successo negli ultimi mesi è molto positivo, Le banche nel campione europeo hanno emesso 55 miliardi di capitale azionario, 123 se si tiene conto degli altri strumenti di capitale. Questo si è associato a nuovi accantonamenti per 120 miliardi e significative cessioni di attività.
Sono utili anche le bad banks?
Anche la creazione di bad banks in cui concentrare i crediti deteriorati fa parte del processo di pulizia dei bilanci e va visto positivamente. Possono essere iniziative private, come nel caso di Unicredito e Intesa. O anche operazioni con un respiro di sistema e forme di sostegno pubblico, come era successo nei paesi Nordici. L’importante è il risultato.
Le banche italiane lamentano però – e credo anche a ragione – le diverse classificazioni dei prestiti e delle sofferenze ancora esistenti in Europa: più rigide e penalizzanti in Italia, più flessibili e accomodanti per le banche concorrenti. Malgrado gli impegni, la creazione di un “campo livellato” nel quadro regolatorio dell’industria bancaria europea sembra ancora lontano…
Abbiamo fatto passi avanti enormi, e di questo dovrebbero beneficiare proprio le banche che sono state soggette ad approcci più rigorosi. Regole uniformi in tutto il mercato unico (il Single Rulebook), sono la nostra stella polare. Abbiamo già completato 104 standard (con forza di legge in tutta la Ue), altri 70 saranno finalizzati entro il 2015. Le banche europee hanno ora uno stesso sistema di segnalazioni di vigilanza, una definizione dei principali aggregati di vigilanza (capitale, risorse liquide, crediti deteriorati…) veramente uniforme.
Un’ultima domanda. Giovedì comincerà l’acquisto di Asset backed securities, i cosiddetti Abs (titoli garantiti da mutui), da parte della Bce: è nuova liquidità in arrivo per le banche, ma molti analisti ritengono che l’attuale sistema di contabilizzazione dei derivati nei requisiti patrimoniali delle banche vada rivisto. In conclusione, ritengono che l’operazione Abs stia partendo senza avere i giusti presupposti e le migliori condizioni per funzionale. Lei cosa ne pensa?
Sono necessari alcuni interventi correttivi. L’Eba diffonderà nelle prossime settimane un “discussion paper” sui requisiti patrimoniali per le cartolarizzazioni. Proporremo un approccio che superi lo schema “one-size-fits-all” che abbiamo usato finora e definisca operazioni più semplici e trasparenti, che possano beneficiare di un trattamento più favorevole, commisurato al loro rischio.
Due anni fa, in un’intervista, affermò che in Europa sono fallite troppe poche banche e che, come i bilanci, anche il sistema bancario europeo deve far pulizia delle banche che sono sovraesposte o che non sono in grado di camminare da sole. In altre parole, disse apertamente che le banche pericolose vanno fatte fallire: lo pensa ancora?
Certo che lo penso: è necessario per avere un sistema bancario europeo solido e funzionale alle esigenze dell’economia. Se una banca, come qualsiasi altra impresa, è fallita tenerla in vita artificialmente prolunga solamente l’agonia e crea danni ai risparmiatori. L’esperienza di questi ultimi anni dovrebbe avercelo insegnato.
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