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Banche sull’orlo dell’insolvenza Depositi a rischio

In Grecia e nel resto d’Europa l’attenzione oggi sarà sul Parlamento di Atene, dove va al voto la prima manovra di bilancio richiesta dai governi creditori. Forse allora qualcuno noterà come quella lista negli ultimi giorni si sia arricchita di una misura in più, rispetto a quelle in preparazione dietro le quinte già dalla scorsa settimana: adesso c’è anche l’applicazione, entro mercoledì prossimo, della direttiva europea sul recupero e la liquidazione delle banche. 
Non era scontato che quel provvedimento fosse tanto urgente per Atene. I governi europei più in ritardo nel trasporre questa normativa sono undici, sono già stati ripresi in maggio dalla Commissione Ue e la Grecia allora non figurava nella lista dei renitenti. Oltretutto, gli aspetti più delicati di quella norma scattano solo dal 2016. Ma la stessa pressione che il vertice europeo dello scorso weekend ha messo sul premier Alexis Tsipras fa trasparire una realtà di cui ad Atene e a Bruxelles si parla in pubblico il meno possibile: in Grecia alcune delle banche sono prossime al punto di rottura, non esiste garanzia assoluta che i depositi siano al sicuro (benché ieri il premier greco lo abbia assicurato), e il sistema finanziario promette di diventare il terreno della prossima battaglia per il poco che resta della sovranità greca.
Se l’operazione del terzo salvataggio va in porto, le banche greche saranno ripulite e ricapitalizzate direttamente con una somma fino a 25 miliardi del fondo europeo Esm. Quindi appare ormai probabile che siano trasferite nel veicolo (in teoria) da 50 miliardi di beni pubblici sotto la sorveglianza dei creditori e infine vendute ad altri istituti europei: compresi quelli basati in Paesi i cui governi due giorni fa minacciavano di sospendere la Grecia dall’euro.
Nel Paese operano quattro istituti principali: National Bank of Greece, Piraeus Bank, Alpha e Eurobank. L’autunno scorso erano stati considerati in linea con le regole di capitale all’esame della Banca centrale europea, da allora però il quadro è peggiorato: la fuga del risparmio è accelerata, si è consumata la rottura fra Tsipras e il resto d’Europa, il vecchio programma di aiuti per la Grecia è scaduto, la recessione si è aggravata e gli istituti sono stati chiusi sedici giorni fa. I vincoli sui movimenti di capitale sono strettissimi e i ritiri dai bancomat non superano i 60 euro al giorno. Non c’era alternativa: senza una rete europea a sostenere la Grecia, per ora la Bce non può più prestare euro alle banche elleniche. Gli istituti sarebbero stati travolti dalle richieste dei clienti di ritirare i propri risparmi.
Così da sedici giorni un equilibrio fragilissimo resta congelato. Le banche greche hanno depositi per circa 128 miliardi di euro, ma liquidità per non oltre quattrocento milioni. Già a fine giugno avevano un livello astronomico di crediti inesigibili in media pari al 40% dei prestiti, ma ora senz’altro di più: moltissime famiglie e imprese scelgono di scivolare in default, per tenersi il proprio denaro. Inoltre, il capitale delle banche è in gran parte costituito di crediti verso lo Stato greco di valore discutibile. In breve, le banche elleniche sono ormai illiquide e in certi casi insolventi. Hanno bisogno di una ricapitalizzazione diretta fino a 25 miliardi da parte del fondo europeo Esm. Ricordano Alberto Gallo di Rbs e Silvia Merler di Bruegel che in base alle norme europee, prima di poter ricevere un aiuto pubblico, una banca deve imporre perdite ai propri creditori. Nel caso degli istituti greci, secondo le stime del centro studi Macropolis, si tratterebbe di far pagare prima agli azionisti e poi obbligazionisti per circa 8 miliardi. Se questo non bastasse ad arrivare alla cifra richiesta, saranno imposte sforbiciate anche sui depositi. Solo dopo gli istituti greci potranno essere ricapitalizzati con le risorse dei contribuenti europei e segregati nel fondo sotto il controllo dei creditori. Quindi questi ultimi li venderanno: magari, alle quelle stesse banche europee salvate esposte sulla Grecia nel 2010 ma salvate grazie ai primi aiuti dei contribuenti europei.
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