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Banche sugli scudi la Borsa scommette sul nuovo risiko

La prima notte di nozze forse la sognavano diversa, Bpm e Banco popolare. L’accoglienza del mercato a Piazza Affari è stata fredda. Meno 3% per l’istituto milanese, tra le prede più ambite del settore creditizio. Rialzo frazionale (0,78%) per i veronesi, mentre il favore degli investitori si riversava su altri titoli bancari. E’ presto per dire se la nuova fase di consolidamento nel credito italiano, a un decennio dall’ultima, partirà davvero. Per un motivo politico e uno regolatorio. Il primo vede tanti gestori guardare sospettosi al bivio del 4 dicembre, quando un referendum costituzionale dall’esito incerto potrebbe portare nuove turbolenze in Borsa e nei depositi bancari. Il secondo, citato come un refrain dai banchieri nostrani, riguarda la vigilanza di Francoforte, che invece di fare il regalo di nozze chiede alle banche che si fondono un sovrappiù di patrimonio: un miliardo a Verona prima di unirsi a Bpm, mezzo miliardo circa a Ubi se vorrà annettersi i tre monconi di Banca Marche, Etruria e Carichieti. Non pare un grande incentivo.
Ma un indizio positivo, a guardare le quotazioni, s’intravede. Ieri i riflettori si sono accesi sulle banche a statuto cooperativo che – come chiede la riforma del governo di un anno e mezzo fa ancora devono trasformarsi in spa entro dicembre, e che in seguito potrebbero proseguire nel solco delle aggregazioni. Quindi Bper (+2,1%), Credito Valtellinese (+8,6%) e Popolare di Sondrio (+5,3%). Le prime due si vanno mandando segnali di stima e apprezzamento – la scommessa degli analisti di Intermonte è su un futuro comune – mentre in Valtellina le avances di Creval verso la più robusta Sondrio sono finora snobbate. «Abbiamo troppe banche, dobbiamo promuovere fusioni, creare sinergie », ha detto l’ad di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, che vede fusioni per «non più di due o tre anni ». Anche il leader designato di Bpm-Banco Giuseppe Castagna, ha detto: «Probabilmente l’anno prossimo vedremo altre aggregazioni, noi siamo un segnale che si può avere consolidamento e crescita in Italia». Idea condivisa da Davide Serra, gestore del fondo Algebris che vede «una seria fase di consolidamento».
Ma c’è un altro ostacolo, alto, che si staglia sul cammino della ristrutturazione del settore: il Monte dei Paschi, da sabato quarta banca italiana (dopo Bpm-Banco) ma sempre passibile di effetti sistemici e di contagio se fallirà il suo rafforzamento da 5 miliardi previsto a dicembre. Oggi a Siena si tiene un cda che esamina l’avanzamento del piano industriale, presentato il 24 e che sul lato costi porterà a chiudere filiali per parecchie decine, ed esuberi per poche migliaia. Nella riunione sarà poi illustrato ai consiglieri il piano di Corrado Passera, forte dell’assenso informale dei fondi investitori Warburg Pincus e Atlas, ma che vorrebbe 6-8 settimane per studiare le carte di Rocca Salimbeni. Tempi incompatibili con l’agenda dell’ad Marco Morelli che intende ricapitalizzare il 5 dicembre. Poiché pecunia non olet tuttavia l’offerta di Passera, ove si concretizzasse, potrebbe in futuro confluire nel piano di Jp Morgan, che prevede soci perno per 2 miliardi, 1,5 in arrivo dalla conversione di bond subordinati e il resto di aumento in Borsa.

Andrea Greco

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