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Banche, ecco i subordinati 2.0 Pronta una valanga da 45 miliardi

La prima banca a dare un segnale (positivo) al mercato è stata UniCredit, che la scorsa settimana ha annunciato di puntare a un incremento del payout ratio entro il 2023. Vedremo se altre banche seguiranno l’esempio di piazza Gae Aulenti. Di certo in molti guardano con fiducia alle novità contenute nella nuova direttiva sul capitale, la cosiddetta Crd 5. Perché, una volta recepito dalle singole legislazioni nazionali, il testo può cambiare (e in meglio) la vita delle banche, arrivando a liberare in media – secondo le stime – circa lo 0,8% di capitale Cet 1: capitale che può essere “girato” agli azionisti sotto forma di dividendo aggiuntivo. E al cui posto, secondo le norme, le banche possono collocare strumenti di debito ibridi, come Additional tier 1 e Tier2. Tanto che, secondo le stime degli analisti di Jp Morgan Cazenove, sul mercato possono arrivare nei prossimi mesi qualcosa come 45 miliardi di questi particolari strumenti obbligazionari.

La notizia è che dal gennaio 2022, secondo la Crd5, i requisiti di capitale delle banche del secondo pilastro (Pillar 2 Requirement) andranno oltre il semplice Cet1: nella composizione saranno ammessi anche gli strumenti ibridi non equity come Additional Tier1 e Tier2. I requisiti sul capitale prudenziale definito dalla Bce, allentati dal legislatore dal gennaio 2022, renderanno il Pillar2 molto meno oneroso: tant’è che le banche, alle prese con una redditività molto bassa, si stanno già muovendo per cogliere questa opportunità e UniCredit ne è un esempio. La direttiva sui requisiti di capitale Crd 5, approvata lo scorso maggio, apre all’ingresso ai cosiddetti “capital add-ons” sul Pillar 2: almeno il 56,25% dei requisiti minimi deve essere coperto con il capitale di migliore qualità, ovvero equity, e il resto con un mix di Tier1 e Tier2. Nel dettaglio, strumenti At1 potranno concorrere insieme al Cet1 in una misura entro il 18,75% e i Tier 2 entro il 25%. Per le banche si prospetta una ghiotta possibilità di abbassare i costi collegati agli obblighi prudenziali di secondo livello: un’obbligazione subordinata Tier2 a sette anni emessa ora da una banca con elevato rating può pagare una cedola anche attorno all’1-2% contro il costo dell’equity che al momento spazia tra l’8% e il 9%, dunque con costi anche quadrupli rispetto agli strumenti add-on. Non a caso, secondo i calcoli di JpMorgan-Cazenove, sono da metter in conto emissioni di At1 per 18 miliardi e di Tier 2 per 26 miliardi a livello europeo. Ovviamente ogni singolo caso di modifica sui requisiti di Pillar2 dovrà essere valutato dalla Vigilanza Bce. Ma la lettura diffusa è che il computo a Pillar2 di At1 e T2 aiuti a ridimensionare a cascata anche il buffer necessario a superare la soglia minima di Cet 1 per la distribuzione di utili (Cet1 Mda buffer), che scenderà così di circa 80 punti base e darà più spazio alle banche per distribuire utili. Con l’effetto, in teoria, di far diventare le azioni più appetibili.

Va detto che le banche finora si sono lamentate per l’addizionale requisito prudenziale Tlac e Mrel, che sono collegati alla risoluzione bancaria. L’obbligo ad emettere obbligazioni-cuscinetto in grandi quantità, con lo scopo di assorbire le perdite in caso di bail-in prima dei senior bond, è una sorta di requisito “evergreen” perché quando questi bond scadono devono essere emessi nuovamente, indipendentemente dalle condizioni del mercato. Se è vero che le banche applaudono il legislatore quando gli strumenti Tier1 e Tier2 concorrono al capitale prudenziale Pillar2 al posto del Cet1, (con un notevole risparmio) è anche vero che questa nuova norma avrà un risvolto negativo per gli investitori: gli strumenti Tier1 e Tier2 non assorbono le perdite come l’equity.

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