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Banche sottovalutate ma pesa il rischio Italia

Il giorno del «giudizio» sulle banche di Eurolandia è alle spalle. Per gli operatori «i risultati, a livello di sistema, sono positivi». Anche perché è ben vero che la Bce, valutando sia gli Aqr che gli stress test, ha bocciato 25 istituti. Ma lo ha fatto in base al bilancio del 2013. Considerando, invece, gli aumenti di capitale del 2014 il numero scende a quota 13. Di queste, 4 sono italiane. Le quali, a loro volta, calano ulteriormente a 2 (Monte dei Paschi di Siena e Carige) nel momento in cui, come ha fatto Bankitalia, vengono computate altre recenti operazioni di rafforzamento del capitale. Insomma, seppure la carenza di capitale di Carige e quella di Mps sono considerate con molta attenzione, la «grande sorpresa negativa» non c’è stata.
A fronte di ciò, quali le possibili opportunità e i pericoli per il risparmiatore? Prima di articolare le risposte sono necessarie alcune semplici precisazioni. Da un lato, si deve sempre individuare il proprio profilo di rischio. E, dall’altro, non può dimenticarsi la necessità di diversificare tra differenti asset e comparti. Ricordando, peraltro, che se la somma di cui si dispone è necessaria alle spese primarie (ad esempio, salute o università dei figli) è meglio evitare l’esposizione all’azionario. Ciò detto, quali le possibili dinamiche post stress-test? Dapprima può analizzarsi l’andamento del Ftse mib. E, poi, scendere nel particolare del settore bancario. Ebbene, rispetto al paniere principale di Piazza Affari le considerazioni sono differenti. «È stato eliminato un elemento d’incertezza», dice Mario Spreafico, responsabile Wealth Management di Schroder Italia. «Il Ftse Mib dovrebbe proseguire nel rimbalzo. Anche perché il peso delle azioni bancarie è molto diminuito» e quindi è meno «sensibile alle dinamiche degli istituti di credito». Più cauto, invece, Silvio Bona di Invictus Sicav: «L’impostazione di lungo periodo è al rialzo. Nel medio, però, resta lo scenario ribassista». Certo: attualmente è in atto un rimbalzo «dai minimi di due settimane fa in area 17.600 punti». Tuttavia proprio la possibilità del classico «compra-sui-rumor» e «vendi-sulla-notizia» (ad esempio, i risultati negativi di alcuni stress test) «può rendere volatile l’indice nell’immediato. Solamente la rottura della resistenza a quota 15.800 segnerebbe l’inversione di tendenza. Di lì potrebbe partire, dopo una fase di consolidamento, il vero trend al rialzo».
Fin qui le indicazioni su Piazza Affari, quale allora la dinamica dei titoli bancari italiani? Gli esperti, in generale, sottolineano la sottovalutazione del settore rispetto agli altri Paesi. Come mostra il rapporto tra prezzo e patrimonio netto.
Ebbene, secondo il terminale di Bloomberg, il multiplo stimato a fine 2014 per il Ftse Italia bank è di 0,68. Quello nel 2013 è stato di 0,58 mentre nel 2012 il «Price to book value» era sceso addirittura a 0,35. Si tratta di valori sacrificati. Lo stesso rapporto, a fine 2014, per l’Euro Stoxx bank è previsto a 0,82. Quello dell’indice paneuropeo Stoxx europe 600 bank (dove l’incidenza degli istituti italiani è minore) è stimato, sempre a fine anno, a 0,93. Per non parlare, poi, dell’S&P 500 bank dove il ratio dovrebbe arrivare a 1,03. Insomma, le quotazioni dei titoli bancari italiani sono schiacciate. «Il che – afferma Spreafico – con alle spalle gli stress test, offre lo spunto per un’eventuale strategia». Certo, bisogna fare molta attenzione alle singole storie societarie: soprattutto, rispetto a chi ha lo shortfall di capitale. Inoltre, si tratta di un’opzione per chi ha buona propensione al rischio. «Il risparmiatore medio – dice Luca Barillaro – può esporsi sul settore per circa il 5% del suo capitale».
Ciò detto, gli operatori un pensiero ce lo fanno. «Il Ftse Italia bank – sottolinea Bona – ha toccato i minimi dell’anno a quota 12.340. Di lì è partito l’attuale rimbalzo». È ben vero che può «ipotizzarsi un ritracciamento sulla falsariga del Ftse Mib. Ma il supporto indicato in precedenza non dovrebbe essere ri-testato». Uno scenario probabile è che il paniere bancario prima arrivi alla resistenza in area 15.000 punti. Se dovesse romperla all’insù, il settore «potrebbe, successivamente, affrontare l’importante soglia di 15.800. Al di sopra di quel livello, ci sarebbe l’inversione di tendenza. Insomma: il rimbalzo, dopo la necessaria fase laterale di consolidamento, potrebbe trasformarsi in un rialzo di medio periodo». Il timing dell’ipotesi? «Nella prima parte del 2015».
Quindi, solo rose e fiori? Ovviamente no. Il risparmiatore, infatti, deve porsi una domanda: perché le banche italiane trattano così a sconto? Tra i motivi c’è il fatto che, giusto o sbagliato, i prezzi «incorporano» ancora il rischio-Paese. Una spada di Damocle che si concretizza in un duplice modo. Il primo è più aleatorio: si tratta della carenza di fiducia nell’Italia da parte degli investitori esteri. Una situazione, peraltro, che può essere amplificata dai ribassisti sfruttando, ad esempio, proprio il contradditorio flusso d’informazioni fornite ieri. Conseguenza? I corsi azionari restano schiacciati. La seconda modalità, invece, è più «reale». Gli istituti di credito, a fronte della continua recessione (cui consegue il calo degli impieghi) sostengono spesso il margine d’interesse con i BTp. È ovvio che, detenendo miliardi di titoli di Stato, il loro andamento è legato alla dinamica del nostro debito pubblico. Certo lo stress su quest’ultimo, come ha mostrato il calo dello spread sul Bund, è diminuito. E però, ciò non toglie che il legame con il rischio-Paese rimane.
A fronte di questa duplice condizione il risparmiatore deve avere ben chiaro il rischio: il mercato, molto influenzato dagli operatori esteri, può continuare a tenere schiacciate le quotazioni dei titoli bancari. Il tutto nonostante la loro palese sottovalutazione. Con il che, l’attesa crescita dei corsi azionari potrebbe non concretizzarsi nelle dimensioni stimate.
Fin qui le indicazioni prettamente di Borsa: quali però le considerazioni sul fronte dei fondamentali? A ben vedere, si tratta di un segmento attualmente non «profit driven». Basta guardare, ad esempio, il ritorno sui mezzi propri, il Roe, che è basso. Quello stimato a fine 2014, sul Ftse Italia bank, è del 3,17%. Al contrario, il Return on equity sul paniere paneuropeo (Stoxx 600 bank) è addirittura del 7,37%. Mentre a Wall Street si viaggia, sempre sulla fine dell’anno, al 6,4%. Certo, la situazione nel Belpaese è migliorata rispetto al passato: secondo il terminale Bloomberg, il Roe del paniere italiano nel 2013 era negativo. E tuttavia l’indicazione di fondo resta. Una situazione determinata da diversi fattori: dalle richieste di rafforzamento di capitale ai costi di ristrutturazione fino ai tassi di mercato praticamente a zero. Insomma, al di là delle singole storie aziendali (sia in positivo che in negativo) l’idea è che l’eventuale spinta all’insù dell’indice di settore potrebbe arrivare, oltre alle specualzioini legate alle aggregazioni, dalla sottovaluzione del comparto.
Già, il comparto. Quale allora il modo con cui approcciarlo? Se non si è operatori professionisti, è sconsigliato il trader fai-da-te. «Un’opzione – dice Barillaro – può essere sfruttare gli Etf, magari sullo Stoxx 600 bank». Oppure, sul paniere italiano. E le banche di Wall Street? «Hanno già corso parecchio», risponde Bona. «Il rischio di un ritracciamento è concreto». E non solo. Si tratta di istituti che, sul fronte dell’attivo, hanno una maggiore rischiosità rispetto all’Europa. Secondo un’analisi, pubblicata da FinRiskAlert e realizzata da Lucia Piergiovanni, il rapporto tra gli Rwa (attività ponderate per il rischio) e gli asset totali è cresciuto negli Usa tra il 2005 e il 2013. Nel Vecchio continente, invece, il ratio ha rallentato. Una dinamica, in America, guidata più dall’incremento degli Rwa che degli attivi. L’indizio, insomma, della maggiore rischiosità. Il che, unito anche alla variabile-cambio, induce a maggiore prudenza.

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