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«Banche, sostenete le imprese innovative»

«Le banche non devono essere solo attente alle garanzie reali delle imprese, ma anche al tipo di prospettive che hanno davanti». Da Venezia, dov’è intervenuto ieri per concludere il convegno di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha ricordato alle aziende di credito che esse hanno una responsabilità nel sostenere le imprese di fronte alla sfida del cambiamento, necessario per sopravvivere e per uscire dalla crisi economica. È la responsabilità di saper fare bene il proprio mestiere anche in tempo di crisi e valutare il merito di credito in una prospettiva temporale più lunga.
Secondo il Governatore, è molto importante che non venga a mancare l’apporto creditizio necessario a quelle imprese in grado, a fronte di uno scenario difficile e in continuo cambiamento, di essere più competitive e dinamiche. Per Visco bisogna quindi «favorire le imprese che sono in grado di essere più competitive, ma dinamicamente, con capacità di innovazione». Ma per uscire dalla crisi, c’è anche una responsabilità diretta delle imprese, che in molti casi non puntano sull’innalzamento del capitale umano. Così, il governatore ha spiegato che «ora le aziende devono cambiare rapidamente, ma la maggior parte non ha successo, non ha manager in grado di spingere questo cambiamento e quindi ha problemi di profitti»; per questo, la loro scelta è di «tagliare i costi, risparmiando sul capitale umano, sostituendo personale anziano, più pagato, con giovani meno pagati a cui fanno svolgere lavori per cui sono troppo qualificati». Il rischio è una selezione darwiniana: «Queste imprese – ha ammonito – devono cambiare o devono uscire, per far posto a imprese in grado di stare al passo con il mondo».
Visco chiudeva una riflessione sulle difficoltà dei giovani laureati di fronte al problema del lavoro. Inevitabile, quindi, il richiamo alle responsabilità della classe dirigente affinché investa di più in capitale umano. La recessione, ha ricordato, ha aggravato il mercato del lavoro giovanile, con una segmentazione del sistema del welfare, salari bassi e diminuite progressioni di carriera. «Sono stati i giovani in Italia a soffrire di più la recessione, più che altrove, spesso uscendo dal mercato del lavoro. Questo si è inserito su un trend di grande cambiamento». Negli ultimi 5 anni «il tasso di disoccupazione giovanile è sceso molto di più che per le persone più adulte. Quando c’è una recessione – ha proseguito – ci dovrebbe essere la tendenza a investire di più in formazione e istruzione ma ci vogliono le risorse e la percezione che questo serve. La percezione non c’è – ha riconosciuto Visco – questo spiega il 28% di giovani disoccupati al Nord e il 40% al Sud. Quello che è mancato è stata una forte domanda di ricerca di conoscenza. E il nostro sistema economico si sta aggiustando con ritardo o forse non si sta aggiustando affatto».
Infine, Visco ha ricordato che «stiamo attraversando un periodo difficile» ma i problemi che economici che ci riguardano sono solo in parte la conseguenza della grande recessione mondiale. «Le origini della nostra crisi sono antiche e affondano le radici nei caratteri strutturali dell’economia italiana», ha detto il Governatore, sottolineando che non ci si può illudere che «interventi macroeconomici che cercano di mantenere la liquidità a livelli tali da non far crollare il credito siano in grado di ovviare alle carenze strutturali del nostro Paese». Così ha rilevato che il «ponte che questi interventi possono costruire è limitato» e quindi «ci sono delle riforme necessarie». Anche se nel campo dei conti pubblici, pur appesantiti da alcune mancate riforme, «l’Italia è in condizioni migliori di altri paesi».
Intanto, dal mondo bancario arrivano i primi commenti all’allarme credit crunch lanciato da Confindustria: «A fronte della crescita delle sofferenze è chiaro che la politica creditizia deve essere più attenta», ha dichiarato ieri il direttore generale dell’Abi. Secondo Giovanni Sabatini «la situazione del credito è sicuramente in fase complessa: le banche italiane continuano a fare più impieghi di quanto raccolgano sul territorio» e il funding gap oggi sfiora i 200 miliardi. «Prima il differenziale era coperto dai mercati internazionali, che oggi si sono richiusi, anche per il quadro istituzionale italiano». L’Abi, in ogni caso, condivide la necessità di una «scossa per ridare liquidità alle imprese», come potrebbe essere quella connessa a un pagamento immediato di parte dei debiti commerciali della Pa.

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