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Banche solide anche in caso di maxi-svalutazioni

Che cosa succederebbe alle banche italiane se, per ipotesi, dovessero svalutare di colpo tutte le loro sofferenze al livello delle quattro banche regionali appena salvate? E quale sarebbe l’impatto potenziale per risparmiatori e obbligazionisti? A fornire le risposte a questo scenario estremo – e di fatto poco realistico – ci ha pensato Prometeia.
La società di consulenza ha sviluppato una simulazione completa sui bilanci di tutte le banche italiane, Bcc comprese. Ebbene: l’esito di questa proiezione è più che confortante. Il primo dato che emerge dalle simulazioni di una maxi-svalutazione (e del conseguente potenziale bail-in) è che nessun conto corrente, in nessun caso, anche sopra i 100mila euro, verrebbe toccato. Il secondo punto è che anche le obbligazioni bancarie senior, che in buona parte sono nelle tasche di molte famiglie italiane, non rischiano sostanzialmente nulla. La terza conseguenza è che l’impatto sul capitale degli istituti sarebbe sì rilevante, visto che la svalutazione lorda dei crediti ammonterebbe a poco più di 35 miliardi per l’intero sistema. Ma il fabbisogno di capitale che si verrebbe a creare (14 miliardi di euro) sarebbe gestibile con perdite per azionisti e una conversione parziale (ma non una svalutazione) solo delle obbligazioni più rischiose, ovvero gli Additional tier 1 e i bond subordinati.
Lo scenario di partenza
Per capire la ratio di questo studio dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Lo scorso novembre l’Ue ha imposto alle quattro banche regionali (Banca Marche, Etruria, CaRiFe e CariChieti) di abbattere il valore dei loro crediti non performing dagli 8,5 miliardi, a cui erano inseriti a bilancio, a 1,5 miliardi, con una maxi-svalutazione dell’82,5%.
In teoria la mossa serviva a garantire che i crediti fossero riportati al loro valore di liquidazione, così da essere più facilmente venduti ai fondi specializzati. Da quel momento, però, è nato il problema sui mercati. Perchè gli investitori hanno iniziato a scontare che quel livello di accantonamenti diventasse uno standard per tutto il sistema bancario italiano, su cui pesano circa 200 miliardi di sofferenze, oggi coperte per quasi il 59%.
Aumentare le rettifiche in misura così massiccia, e di colpo, significherebbe erodere la redditività degli istituti, che sarebbero costretti a varare nuovi aumenti di capitale, è stato il ragionamento degli investitori. Poco conta che l’ipotesi sia estrema e che nessuno, Mario Draghi in primis, voglia chiedere qualcosa di simile. La Borsa ha comunque anticipato lo scenario estremo, ipotizzando nuove ricapitalizzazioni e bail-in a raffica, come dimostra il calo di tutte le banche italiane – ma anche europee – arretrate del 30% da fine novembre.
Lo “stress test” estremo
Prometeia ha dunque voluto mettere alla prova questa tesi con uno “stress test”. Difficile dire se il mercato oggi stia incorporando nei prezzi qualcosa che va oltre anche l’ipotesi più drammatica ipotizzabile. Ma guardiamo ai numeri degli esperti: qualora tutte le banche dovessero portare gli accantonamenti allo stesso livello applicato alle quattro banche “salvate”, queste dovrebbero svalutare in termini lordi per 35,4 miliardi, di cui 31,2 a carico delle prime 13 banche, 1,5 per le prime 10 banche “less significant” e 2,7 miliardi per le 301 Bcc considerate da Prometeia. La perdita netta sul totale degli attivi si aggirerebbe tra l’1 e l’1,2%, «una perdita molto contenuta se confrontata con circa il 3%, che è il valore medio di perdita delle banche in Europa durante la crisi finanziaria – spiega Giuseppe Lusignani, vice presidente di Prometeia – senza contare che il comparto ha già subìto perdite per circa 55 miliardi nel corso degli ultimi 4 anni, riuscendo tuttavia a sopportarne gli impatti negativi».
La perdita, che andrebbe a erodere il capitale di vigilanza, brucerebbe il capitale degli azionisti per circa 26 miliardi, al netto degli effetti fiscali (pari a quasi 10 miliardi). A quel punto ci sarebbe da ricostituire il capitale di vigilanza per riportarlo alle soglie minime Srep per le prime 13 banche e all’8 per cento per tutte le altre. Prometeia calcola che il fabbisogno di capitale ammonterebbe a circa 14 miliardi di euro.
Come ricostituire questo gap? In prima battuta, le banche potrebbero andare sul mercato, cercare capitali freschi e varare nuove ricapitalizzazioni. È un’ipotesi più che realistica, anche nel worst-case, perchè è difficile che la Vigilanza e gli istituti preferiscano creare scompiglio sul mercato scegliendo la strada della risoluzione. Se però così non fosse, e si optasse per il bail-in, con il conseguente coinvolgimento anche degli obbligazionisti, l’impatto sarebbe comunque gestibile: nessuna banca italiana, Bcc incluse, dovrebbe infatti prevedere un taglio di valore per gli obbligazionisti. I 14 miliardi di euro mancanti verrebbero infatti recuperati in parte (circa 4,3 miliardi) attraverso una conversione in azioni del 72% circa degli strumenti ibridi (Additional Tier 1) presenti sul mercato; la parte restante – altri 9,6 miliardi di euro – arriverebbero invece dalla conversione in azioni di parte (circa il 17%) dei subordinati in circolazione. Praticamente nessuna conseguenza ci sarebbe invece sulle obbligazioni senior (solo lo 0,02% dei bond in circolazione e dei depositi maggiori di 100mila euro delle large corporate). A maggior ragione, nessun impatto ci sarebbe per gli altri depositi superiori a 100mila euro, che sono ancor più tutelati (mentre per legge fuori da ogni ipotesi di bail-in rimangono i depositi sotto i 100mila euro).
L’ipotesi “Armageddon”
Ma non basta. Prometeia è andata anche oltre, ipotizzando un secondo scenario, da vero Armageddon finanziario. E ha ipotizzato una perdita degli attivi al 3%, in contemporanea, per tutte le 324 banche analizzate. La perdita netta in questo caso sarebbe di 77,3 miliardi, mentre il fabbisogno sarebbe di circa 45. Anche in questo scenario non ci sarebbe alcuna svalutazione, con il buco che sarebbe colmabile con la conversione di tutti gli At1 (6 miliardi) e del 67% dei subordinati (38,4 miliardi). Analogamente, anche in questa ipotesi conti correnti e bond senior sarebbero di fatto al sicuro.
L’altro scenario
Questo, come detto, negli scenari estremi. E che sono persino costruiti all’insegna dell’eccesso di cautela: le simulazioni precedenti prevedono infatti che le banche italiane riportino i ratio patrimoniali ai livelli attuali imposti dalla Bce, i cosiddetti indici definiti nell’ambito dello Srep, che sono in media – secondo stime – di 100-200 punti base più alti in Italia rispetto a Francia o Germania. Tuttavia, qualora «le sofferenze venissero svalutate, le asticelle Srep dovrebbero scendere di conseguenza, perchè minore sarebbe la rischiosità implicita nei bilanci», aggiunge Lusignani. E con criteri meno stringenti di capitale, minore sarebbe il fabbisogno. Prometeia stessa calcola quindi che, per i primi 13 gruppi, con 100 punti base di Cet1 ratio richiesto in meno, il deficit di si ridurrebbe da 13,5 a 7 miliardi; con un taglio di 200 punti base, il gap si assottiglierebbe a 3,5 miliardi. Numeri ben lontani dalle decine di miliardi ipotizzati oggi dai mercati.

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