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Banche, sì di Renzi all’indagine parlamentare «Noi non abbiamo scheletri nell’armadio»

Dietro il palco della Leopolda ci si scalda come per una finalissima. «Se qualcuno pensa di fermarmi così, si sbaglia di grosso: io vado avanti, rilancio e ci metto la faccia. L’importante è non cadere nelle provocazioni», dice Matteo Renzi, pronto, come ha fatto in altri momenti critici per il governo, ad assumersi in prima persona tutte le responsabilità. Meglio quindi che Maria Elena Boschi non si esponga troppo nella kermesse. Ma questo non significa che la ministra si fa da parte: «Non mollo, se c’è chi lo crede, vuol dire che non ha capito chi sono».
La squadra è carica e quando il leader sale sul palco la strategia è stata già definita. Anche la risposta a Saviano, che secondo l’entourage renziano, ha «la frustrazione del rottamato». Il premier non lo nomina mai, ma è chiaro a chi si rivolge e chi difende quando afferma: «Noi non abbiamo fatto nessun favoritismo, e chi lo dice insulta persone perbene, che non meritano di essere messe alla berlina». Quindi, il colpo a sorpresa: Renzi affronta la vicenda del padre. «Quindici mesi fa il mio babbo è stato indagato e gli è crollato il mondo addosso. La procura ha chiesto l’archiviazione del suo caso, ma lui passerà il suo secondo Natale da indagato. Io gli ho detto “zitto e aspetta”. Ma lui mi dice che dovremmo passare al contrattacco, io, però, non dirò mezza parola, perché ho fiducia nella giustizia. E provo anche grande solidarietà — ironizza — per chi sfoga con retroscena e allusioni le proprie insoddisfazioni personali, noi risponderemo sempre con un sorriso» .
E ancora, più duro: «Chi ha sbagliato pagherà perché non esistono intoccabili. Ma c’è un punto umano in questa storia. Chi pensa di strumentalizzare la vita delle persone deve fare pace con se stesso, chi pensa di strumentalizzare la morte mi fa schifo». Proprio così, «schifo», perché agita il dramma del suicidio di Luigino D’Angelo contro il governo. Lui, Renzi, vuole che una cosa sia chiara: non ha niente da rimproverarsi. «Lo rifarei domattina quel decreto perché senza, settemila lavoratori sarebbero stati licenziati, i conti correnti chiusi e non avremmo salvato i risparmiatori. Non prendiamoci in giro». La «verità è più forte delle chiacchiere» di quelli che, «anche se fanno finta di dimenticarsene», avevano «una banca di partito, che è rimasta al verde, e non per il colore di quel partito». Il riferimento è a Credieuronord, della Lega. Comunque, ci sarà la Commissione d’inchiesta, conferma il premier, «perché non abbiamo scheletri nell’armadio».
Ma non c’è solo il pasticciaccio delle banche nel discorso di Renzi. C’è la rivendicazione delle cose fatte. Inclusa la «rottamazione del sistema più gerontocratico d’Europa». C’è la conferma della nostra politica estera: «Noi non siamo contrari allo strumento militare, anzi, ma non si risolvono le cose bombardando di qua e di là». C’è anche la risposta alla minoranza interna: «Abbiamo vinto, pur non mettendo qui le bandiere del Pd, perché questo è uno spazio libero, e se si votasse ora vinceremmo al primo turno con una percentuale più alta delle Europee. Quelli che ci dicevano di metterle se ne sono andati. Noi no, quelle bandiere le portiamo tatuate nel cuore».
E, infine, c’è il futuro. Che passa anche per il referendum costituzionale. «A me — confida Renzi — interessa più delle amministrative. Quello è il vero obiettivo, allora non ce ne sarà per nessuno, batteremo tutti». Per questo Renzi promette «mille Leopolde» per spiegare agli italiani il suo progetto. Le tappe sono segnate: 11 gennaio approvazione del ddl da parte della Camera, entro lo stesso mese passaggio definitivo al Senato, ad aprile l’ultimo voto di Montecitorio. Sarà da quelle Leopolde, dove non ci saranno solo esponenti del Pd, che il premier, come ha confidato di recente, selezionerà la classe dirigente del «partito della Ragione», che altri chiamano «il partito della Nazione». E, quindi, go big or go home . Insomma, «o vai alla grande o vai a casa», perché Renzi non vuole «vivacchiare». Ma non intende neanche andare «a casa», perciò punta a «prendere il futuro» e a vincere il referendum, domenica 16 ottobre 2016.

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