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Banche senza soldi e il Paese si blocca Bce pronta agli aiuti ma solo se passa il sì

Le banche greche si presentano al referendum di domenica con la spia rossa della riserva accesa e vicine al punto di non ritorno. Appese al filo sottilissimo (e ormai sul punto di rottura) dei prestiti di emergenza della Bce. Soldi in cassa non ce ne sono più. “Stasera sono rimasti molto meno di 500 milioni come riserva”, dice una fonte della banca centrale. Il limite di 60 euro giornalieri ai prelievi ai bancomat non ha migliorato la situazione. Anzi. Ieri mattina ad Atene davanti a tutti gli sportelli automatici c’erano code lunghissime (e tranquillissime, va detto) di persone in attesa di prelevare, mentre decine di furgoni blindati bianco-blu della Brink protetti da Rambo in giubbotto antiproiettile, facevano la spola tra una filiale e l’altra per rifornirle con le ultime casse argentate di contanti disponibili. Sperando che un miracolo — molto improbabile — possa riaprire lunedì i rubinetti del credito, garantendo agli istituti la liquidità di cui hanno bisogno per non finire gambe all’aria.
Mario Draghi, in realtà, ha già approntato le difese. Ma invece di creare un cordone sanitario attorno alle banche elleniche ha preferito per ora, visto lo stato dei rapporti tra Atene e Bruxelles, creare un cordone sanitario a protezione del resto dell’area euro, Italia compresa. Il bazooka è pronto ed è stato potenziato. L’ingresso dei titoli societari nel novero degli strumenti oggetto della maxi-operazione di quantitative easing di Francoforte, ha una spiegazione chiara: Francoforte farà “tutto quel che serve”, come ha già detto una volta il governatore, per proteggere l’Eurozona dal contagio della Grecia.
Il caso di Atene verrà esaminato lunedì a valle del referendum. In caso di vittoria del sì, dicono le indiscrezioni in arrivo dalla Bce, Draghi potrebbe ritoccare all’insù il tetto degli Ela, dando ai politici il tempo necessario per un compromesso. Il governatore sarebbe invece in una posizione molto più difficile in caso di vittoria del no che — in teoria — potrebbe costringere Eurotower a chiedere il rimborso degli 83 miliardi di prestiti al sistema ellenico. Non dovrebbe accadere, anche perché il governatore non vuole trasformare l’istituto nel killer del paese. Ma di sicuro non si parlerebbe di nuovi aiuti.
National Bank of Greece, Piraeus Bank, Alpha e Eurobank, le quattro maggiori aziende di credito elleniche, sono in questo momento il ventre molle della crisi del paese. “Riapriranno appena troveremo un accordo con i creditori”, ha detto Nikos Pappas, fedelissimo del premier. Bisogna vedere se è vero e in che condizioni. Se non arriverà il salvagente della Bce, potranno sì riaprire i battenti, ma solo distribuendo ai bancomat una nuova valuta stampata dalla zecca nazionale. I greci hanno capito che l’orlo del baratro creditizio (“creato ad arte dalla Troika” si lamenta Syriza) è a un passo: “Al Pireo non ci sono più banconote da 20 euro. Molti sportelli sono già vuoti”, dice Dimitris Papkonstatinou, in coda dietro una cinquantina di persone alla Ethnikes Trapeza di Odos Solonos. E, chi può, corre a far scorta, aggravando i problemi.
La paralisi bancaria, tra l’altro, sta contagiando l’intera industria ellenica. “Ogni giorno registriamo 50 mila disdette di vacanze” dice l’Associazione greca del turismo. A inizio luglio i sistemi di prenotazione computerizzata delle compagnie aeree registravano un tasso di rinuncia ai biglietti da e per la Grecia dell’ 1%. Lunedì scorso è schizzato al 22%. I piccoli commercianti faticano a pagare i fornitori. I trasportatori hanno i serbatoi dei camion vuoti e molte aziende della grande distribuzione hanno creato flotte autonome per non svuotare gli scaffali. Gli intermediari di medicinali non fanno più credito agli ospedali, cui lo Stato ha tagliato i trasferimenti dai 670 milioni dei primi quattro mesi del 2014 ai 43 del 2015. E nelle farmacie iniziano a esserci i primi problemi.
Il circolo vizioso della crisi di liquidità sta avvitandosi in un domino da brividi che rischia di condizionare il voto di domenica. “Non possiamo andare avanti così — ha detto in un comunicato l’Associazione degli esportatori — Ogni settimana il paese perde 80 milioni di vendite all’estero e mette a rischio 600 milioni di importazioni senza cui la Grecia rischia di paralizzarsi”. Il paese, insomma, è appeso ancora ai soldi della Troika. Cinque anni fa il primo piano di aiuti per la Grecia (cui ha partecipato anche la Bce) è servito a salvare le banche tedesche e francesi dal rischio-Atene, con il cerino passato ai contribuenti. Oggi ad aver disperato bisogno di ossigeno sono le loro sorelle sotto il Partenone. Si vedrà se l’Europa saprà restituire il piacere.
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