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Banche senza fiducia, oltre 800 miliardi «bloccati» alla Bce

«Occorre azzerare la remunerazione sui depositi delle banche presso la Bce per liberare risorse e permettere l’immissione nell’economia reale delle centinaia di miliardi di euro ancora parcheggiate a Francoforte». Appelli di questo genere rimbalzavano di frequente nei mesi scorsi, a volte rilanciati anche da voci autorevoli del panorama politico nazionale e continentale. Le aspettative sono però andate deluse, perché quando Francoforte ha adottato una decisione simile le banche europee non hanno fatto altro che spostare parte della liquidità presente nella deposit facility sui conti correnti detenuti sempre presso la Banca centrale e utilizzati anche come riserva obbligatoria.
Come vasi comunicanti
Il fenomeno è apparso evidente già l’11 luglio, primo giorno in cui la decisione di una settimana prima della Bce aveva effetto, e lo resta ancora oggi, quasi due mesi dopo. Degli 808,5 miliardi di euro prima dell’azzeramento dei tassi sui depositi overnight sono rimasti soltanto 330,3 miliardi, nel frattempo però l’ammontare depositato sui conti correnti è cresciuto da 73,9 a 539,8 miliardi e il motivo è semplice. Questi ultimi sono infatti remunerati al tasso ufficiale Bce (ora allo 0,75%), ma soltanto per la parte destinata a riserva obbligatoria (che ammonta a poco più di 107 miliardi per l’intero Eurosistema): se prima esisteva la convenienza a spostare il denaro in eccedenza verso la deposit facility (che, per quanto poco, rendeva ancora lo 0,25%), adesso questo incentivo è praticamente inesistente e le banche possono lasciare i fondi dove è più comodo per questioni essenzialmente tecniche. Lo dimostra il fatto che da luglio in poi non si è più visto quel tipo spostamento ciclico di denaro fra i due strumenti: di solito all’inizio del periodo di rilevazione mensile della riserva obbligatoria le banche piazzavano il denaro nei conti correnti, per poi toglierlo progressivamente a vantaggio della deposit facility quando si accorgevano di aver raggiunto il livello di riserva richiesto.
Nel travaso qualcosa è comunque sfuggito, ed è forse andato in parte anche a finanziare l’economia reale, ma si tratta tuttavia di una minima parte: poco più di 12 miliardi di euro, la classica goccia nell’Oceano. Non che all’Eurotower ci si attendesse molto da questa mossa, peraltro conseguenza diretta del taglio del tasso di rifinanziamento dall’1% allo 0,75% al quale il rendimento dei depositi è legato (con una differenza appunto di 75 punti base, il «corridoio» dei tassi). All’ottimismo del governatore della Banca di Malta, Joseph Bonnici, aveva infatti indirettamente risposto lo stesso Mario Draghi ricordando che la decisione di azzerare la remunerazione sulla deposit facility aveva più che altro valore segnaletico per eventuali successive mosse sui tassi.
Ciò che è accaduto nell’ultimo mese resta comunque emblematico di come il mercato interbancario sia ancora pressoché congelato: gli istituti di credito – soprattutto quelli del Nord Europa, che utilizzano al 90% i depositi Bce come si legge nell’articolo sotto – faticano ancora a prestarsi il denaro a vicenda. Lo dimostra il calo dei volumi dei contratti sull’Eonia (scambi di liquidità a brevissimo termine) e sul mercato «repo» (i pronti contro termine garantiti da collaterale). I primi, segnala Reuters, sono anzi scesi dopo la mossa Bce fino a un controvalore medio giornaliero di circa 20 miliardi di euro che non si vedeva da 5 anni; gli altri, secondo le rilevazioni del broker Icap, si sono ridotti a luglio per il mercato europeo all’equivalente di 233,1 miliardi di dollari, il 13% in meno rispetto ad aprile e addirittura un quarto al di sotto dei livelli dell’anno precedente.
I dubbi di Draghi
Ora Francoforte si trova di fronte a una scelta non certo facile: i mercati scontano ormai un nuovo taglio dei tassi di rifinanziamento da parte della Bce allo 0,5%, forse già nella riunione di giovedì prossimo. Non è detto però che questa volta la mossa si traduca in una riduzione automatica della remunerazione sui depositi, anche perché quest’ultima diverrebbe addirittura negativa (-0,25%) con evidenti ripercussioni sulla gestione della liquidità all’interno dell’Eurosistema.
Nessuna banca lascerebbe infatti il denaro oltre lo stretto indispensabile sulla deposit facility, e sposterebbe tutto quanto sui current account. A meno che a questi ultimi non si applichi una sorta di «penale» (sempre dello 0,25%) sull’eccedenza rispetto alla riserva obbligatoria, oppure che non si decida di fissare un «tetto» all’ammontare depositabile: decisioni che richiedono comunque una serie di passaggi tecnici tutt’altro che banali. Ciò che è indubbio, è che per impedire la frammentazione dei mercati monetari e riattivare il flusso di credito all’economia reale serve ben altro che manovrare il tasso sui depositi.

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