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Banche, scontro in Europa sugli «aiuti di stato»

La Commissione europea ha confermato ieri che sta studiando l’uso che gli istituti di credito italiani stanno facendo dei crediti d’imposta per migliorare i loro livelli patrimoniali. Bruxelles teme che dietro a queste operazioni possano nascondersi illegittimi aiuti di stato. Il governo italiano sta quindi valutando soluzioni che possano rassicurare le autorità comunitarie ed evitare provvedimenti europei che mettano a rischio la stabilità del sistema bancario nazionale.
Interpellata ieri dalla stampa, la Commissione ha spiegato di avere inviato a quattro paesi – oltre all’Italia, anche la Spagna, il Portogallo e la Grecia – questionari con l’obiettivo di raccogliere maggiori informazioni sui deferred tax assets (Dta), o attivi a tassazione differita, vale a dire in buona sostanza crediti d’imposta che in alcuni paesi le banche possono utilizzare a fini patrimoniali (si veda Il Sole/24 Ore di ieri). «Stiamo analizzando i dati. Ci vorrà tempo», ha spiegato il portavoce Alexander Winterstein.
Le nuove regole creditizie di Basilea III introducono su questo fronte limiti sempre più rigidi. «Le norme europee prevedono che i deferred tax assets non possano essere considerati patrimonio di base e che in determinate circostanze debbano in ogni caso essere gradualmente eliminate entro il 2019», ha ricordato un’altra portavoce comunitaria, Lucia Caudet, la quale ha precisato più volte che non vi è stata «notifica formale» di sospetto aiuto di stato, né l’apertura di «una formale indagine».L’esecutivo comunitario deve soppesare vari fattori. «Dobbiamo decidere se si tratta di aiuto di stato. Se la risposta è positiva, dobbiamo decidere se questo è giustificato o meno», riassumeva ieri un funzionario comunitario. La vicenda ha provocato un acceso dibattito nella Commissione. C’è chi è dell’avviso che in effetti queste operazioni nascondano illegittimi aiuti pubblici. Altri invece non ne sono convinti; e mettono oltretutto l’accento sulla necessità di preservare la stabilità finanziaria.

Nel caso gli attivi fossero in effetti considerati illegittimi aiuti pubblici, il venir meno dei crediti d’imposta potrebbe avere un impatto negativo sul capitale delle banche e indebolire il sistema creditizio. Dati non ufficiali stimano che i deferred tax assets in mano agli istituti di credito italiani ammontino a 30-50 miliardi di euro. Secondo l’Autorità bancaria europea, nel luglio 2011 questi attivi rappresentavano nelle banche oggetto di stress test il 10% del capitale Tier 1, pari a un totale di 105 miliardi di euro.
Consapevole che la situazione è particolarmente delicata, l’Italia è in stretto contatto con la Commissione europea. Roma considera che i crediti fiscali così come sono considerati dalla legislazione italiana servono a riequilibrare la posizione delle banche italiane rispetto alla concorrenza europea, tenuto conto delle particolarità fiscali in Italia. La strategia diplomatica è di affrontare la partita in modo propositivo, presentando eventuali soluzioni, per esempio modifiche alla tassazione delle banche.
Il dossier è esaminato sia dalla commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager che dal commissario ai servizi finanziari Jonathan Hill. Nei fatti, i due riflettono le diverse anime della Commissione: la prima più sensibile a evitare distorsioni al libero mercato; il secondo più attento ai rischi di instabilità finanziaria. Al netto di queste differenze, è probabile che Bruxelles stia usando la vicenda per indurre il paese a modernizzare il suo sistema bancario, tanto che nuove riforme potrebbero essere utili per raggiungere un accordo tra le parti.
In questa fase, politica ed economica giocano a favore dell’Italia. La Commissione ha certamente fatto del rafforzamento del mercato unico un suo obiettivo, ma è anche sensibile alle ragioni della crescita economica. Considerare i crediti fiscali bancari aiuti di stato illegittimi avrebbe un impatto molto negativo sul capitale delle banche e quindi sulla congiuntura. I paesi sotto esame possono poi ricordare che in anni passati Bruxelles ha valutato con particolare magnanimità gli aiuti statali alle banche.
Tra il 1° ottobre 2008 e il 1° ottobre 2014, la Commissione ha autorizzato garanzie statali agli istituti di credito in crisi per un totale di 3.800 miliardi di euro. Nello stesso periodo, l’esecutivo comunitario ha anche permesso alla mano pubblica di partecipare a ricapitalizzazioni bancarie per un totale di 821 miliardi di euro. I quattro paesi che più hanno aiutato le proprie banche sono il Regno Unito (100 miliardi), la Germania (64), l’Irlanda (63) e la Spagna (62).

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