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Banche, scatta giovedì il paracadute di Stato Agli aumenti 15 miliardi altri 80 per le garanzie

Il paracadute da 95 miliardi di euro per azioni e liquidità delle banche più fragili è già pronto. Si compone di 15 miliardi che potranno essere usati per l’intervento pubblico in eventuali aumenti di capitale delle banche più fragili; altri 80 miliardi, invece, serviranno a garantirne la raccolta di liquidità sui mercati.
E’ un paracadute che si aprirà da giovedì 22, salvo miracoli privati che fino a mercoledì si tentano per trovare 5 miliardi sul mercato per Mps (tutti riuniti ieri sera al Tesoro, anche per preparare la strada “pubblica”). «Sappiamo che abbiamo degli impegni immediati sui quali il governo è al lavoro e sarà al lavoro con più forza nella pienezza delle sue funzioni, penso al sostegno al sistema bancario e all’emergenza terremoto e ricostruzione». Il neo presidente del consiglio Paolo Gentiloni è uomo di estrema misura nella scelta delle parole. Quando al dibattito sulla fiducia al Senato ha messo il credito davanti ai terremotati, s’è avuta la certezza che il dado è tratto, ed entro giovedì, ultimo giorno utile per far votare dalla maggioranza assoluta dei parlamentari la “nota di variazione” al bilancio (il cui saldo cambierà proprio per questi 15 miliardi da stanziare), le carte saranno voltate.
Quel giorno segnato in rosso sull’agenda Gentiloni il consiglio dei ministri dovrebbe emanare la nota, spedirla alle camere al voto e poi varare il decreto omnibus, per stanziare i 15 miliardi di euro di garanzie pubbliche che coprano le quote inoptate degli aumenti di capitale di banche come Mps, impegnato con la Bce a ripulirsi dai cattivi crediti e ripianare il buco nei conti entro il 31. Più avanti, se serve, le popolari Vicenza e Veneto Banca, Carige, e alla mala parata le quattro good bank e altre le casse emiliane come Rimini e Cesena.
Il grosso della spesa servirà per comprare tutte le loro azioni che il mercato non vuole. Poiché dal 2013 questo non è più possibile per la mano pubblica, salvo coinvolgimento dei privati nelle perdite, il decreto dovrebbe contenere le possibili misure di ristoro per gli obbligazionisti costretti a convertire le loro somme in azioni di quelle banche. A partire da quelli di Mps, che ha venduto 2,1 miliardi di bond subordinati alla clientela minuta. Sui prospettici rimborsi si tratta fino all’ultimo con la direzione antitrust della Commissione Europea: benché il sentiero per far esentare i piccoli obbligazionisti dalle perdite sia «stretto e in salita», si dice dalle parti del Tesoro. Le precedenti misure di rimborso dei bond Banca Etruria & C, che dopo un anno stanno materializzandosi, costituiscono un precedente scomodo: anche se tutti cercano soluzioni più miti sul piano politico, avendo le elezioni nell’agenda 2017. Per dare ulteriore stabilità alle banche in crisi, il decreto omnibus contiene lo sblocco di circa 80 miliardi di garanzie sulla liquidità bancaria. Si tratta di oltre metà del plafond da 150 miliardi che a giugno il governo Renzi ottenne dalla Commissione per garantire favorire la raccolta fondi in condizioni critiche. Che sarebbero arrivate: pur in un quadro generale di liquidità favorito dal prolungato acquisto da parte della Bce dei titoli sovrani europei, da qualche settimana in Italia qualche miliardo dei depositanti in trasloco dagli istituti più deboli a quelli più forti lo si è visto. Il decreto dovrebbe rendere disponibili i fondi su richiesta delle banche, per garantire loro nuove obbligazioni da cedere sul mercato, o da portare a Francoforte in cambio di denaro fresco.
Per ora, comunque, tutti gli stanziamenti dovrebbero essere senza “nomi” sul decreto. Solo la parte per Mps è urgente, e del resto sembra esclusa dai parametri sui conti pubblici, in quanto la banca a luglio ha fallito gli stress test e i rischi di instabilità sistemica fanno rientrare il caso nelle eccezioni al bail in in caso di ricapitalizzazione precauzionale di Stato . Con l’anno nuovo si capirà se e quanti altri soldi serviranno alle banche minori. Più in discesa la strada normativa sulle altre tre materie calde bancarie che il governo Renzi ha lasciato sospese, anche perché non comportano un aumento della spesa pubblica. Le misure contabili per rateizzare i 2 miliardi di costi del Fondo di risoluzione delle banche e quelle sulle imposte differite sono già scritte e senza patemi. Più pressione resta sulla riforma delle popolari, messa in dubbio dalla sentenza del Consiglio di Stato, si dovrebbe estendere di sei mesi il termine perché le banche cooperative diventino spa senza perdere la licenza: era il 27 dicembre, dovrebbe andare a giugno dopo la pronuncia della Consulta attesa verso marzo. Quanto al diritto di recesso per i soci contrari alla trasformazione, limitato per legge ma bollato come incostituzionale, si tratterà di collegare alle norme italiane il principio comunitario per cui la stabilità delle banche conta più della tutela di chi investe.

Andrea Greco

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