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Banche, salvagente Esma-Eba per i piccoli obbligazionisti

Eba ed Esma aprono una breccia nel “dogma” della retroattività sostanziale del bail-in, e rilanciano le esigenze di tutela dei piccoli investitori che hanno in portafoglio obbligazioni subordinate delle banche. Anche quando una loro esenzione potrebbe far saltare la percorribilità stessa del piano di risoluzione.
Il problema è europeo a livello normativo, ma è molto italiano sul piano pratico, come mostrano le cifre elaborate dalle due Autorità. I risparmiatori dell’Eurozona, in base a un censimento inedito elaborato sui dati del terzo trimestre 2017, hanno acquistato 262,4 miliardi di obbligazioni, senior o subordinate, ma poco più di 130 miliardi, cioè la metà del totale, sono concentrati nei portafogli italiani. Ma soprattutto il primato dell’Italia è netto quando si guarda alle sole subordinate: il nostro mercato retail ha 20 miliardi di euro investiti in bond bancari junior, quasi il doppio della Francia e il quadruplo abbondante rispetto ai valori registrati in Germania e Austria, mentre negli altri Paesi questi titoli sono quasi assenti assente con la parziale eccezione della Spagna.
Ecco perché sono autorità e risparmiatori italiani a dover leggere con un’attenzione particolare le 27 pagine del documento pubblicato ieri da Eba ed Esma. Lo Statment congiunto dell’Authority bancaria e della Consob europea non chiede modifiche puntuali della direttiva Brrd, ma fissa principi importanti di cui si dovrà tener conto nel tagliando della direttiva sulle risoluzioni bancarie in programma per l’autunno. E le cifre confermano l’importanza di una presenza italiana forte a quei tavoli.
Il primo principio è quello dell’importanza sistemica delle forme di tutela rafforzata per i piccoli investitori, anche perché l’applicazione a loro carico di forme di bail in ad ampio raggio rischia di «minare la fiducia complessiva nel sistema bancario e finanziario».
In quest’ottica, le “linee di indirizzo” indicano anche nelle regole in vigore gli agganci per aprire un ombrello anti-risoluzione sul retail. Il punto di partenza è l’articolo 44 della direttiva Brrd, quello che indica le «circostanze eccezionali» in base alle quali le autorità possono escludere una serie di passività dalla svalutazione o dalla conversione forzosa. In base alla direttiva, le valutazioni sulla presenza delle «circostanze eccezionali» sono legate all’esigenza di garantire la continuità nelle attività essenziali della banca e di evitare rischi di contagio o una distruzione eccessiva di valore; la presenza di una platea ampia di risparmiatori che sarebbero colpiti direttamente o indirettamente dal bail in, secondo Eba ed Esma, va considerata come «un elemento di particolare importanza» in questo esame che porta all’esenzione dalla tagliola. Caso per caso, insomma, le autorità sono chiamate a valutare se il coinvolgimento di un numero elevato di risparmiatori mette a rischio la fattibilità della risoluzione, e l’impatto di una loro esenzione sulla capacità di assorbimento delle perdite. Ma anche quando questa scelta potrebbe ridurre l’ammontare complessivo delle passività che assorbono le perdite, l’Eba dovrebbe spingere per l’esclusione.
È questa la chiave di volta delle istruzioni, che in questo modo arrivano a mettere la tutela dei risparmiatori in primo piano nella pesatura dei pro e dei contro del bail in.
Ad animare la presa di posizione, spiegano le due Autorità, oltre alle ricadute sistemiche sulla fiducia dei risparmiatori c’è anche l’esperienza, che ha mostrato molti casi di vendite di titoli subordinati senza trasparenza sui rischi infilati nelle tasche dei piccoli investitori. La Mifid II, sostiene il documento, dovrebbe aver risolto il problema per il futuro. Ma a pesare è il passato, come mostra il fatto che proprio il misselling è stato alla base delle trattative portate avanti in Europa sui vari «salva-banche», Mps in testa, per riparare in qualche modo i danni del burden sharing sulle famiglie italiane colpite.

Gianni Trovati

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