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Banche, il ritiro dopo il referendum

Chiamati otto anni fa a diventare anchor investor di UniCredit, lo hanno fatto nella buona e nella cattiva sorte. Individuati per salvare l’Alitalia, (in parte) ci hanno provato. Rincorsi per rifondare il Monte dei Paschi, si sono tirati indietro. Quanto accaduto in tempi recenti rispettivamente ad Aabar, Etihad e Qia, la Qatar investment Authority, spiega solo in parte cosa e come possano fare i fondi sovrani del Golfo in Italia.
In UniCredit – dove Aabar ha partecipato agli ultimi aumenti – la scottatura è stata evidente, ma ciononostante il fondo sovrano ha difeso la quota del 5% anche in occasione dell’ultima maxi-operazione, staccando un nuovo assegno da 650 milioni di euro. Rientrato sotto la soglia di visibilità del 5% Capital Research, Aabar oggi è primo socio di UniCredit esattamente come ieri, ma intanto il resto dell’azionariato storico si è fortemente diluito e così gli arabi avranno un ruolo determinante nel prossimo board – ridotto – che sarà eletto tra un anno in Piazza Gae Aulenti.
Storia più breve e tormentata in Alitalia, dove ancora UniCredit insieme a Intesa Sanpaolo è coinvolta nelle doppie vesti di socio e creditore. Per tutti il film è stato molto diverso da come lo si era immaginato tre anni fa: ora il nuovo piano di salvataggio da 1,9 miliardi, di cui circa la metà a carico degli arabi, è appeso al «sì» dei sindacati e a una forma di paracadute pubblico. C’è ancora una settimana di tempo per evitare la paralisi a due giorni da Pasqua, e intanto oggi – giornata di sciopero – il 60% dei voli è stato cancellato.
Chissà come sarebbe andata su Mps. Mesi di pressing, sia finanziario (da parte di Jp Morgan e Mediobanca) sia politico (Governo Renzi) si sono infranti sul referendum di dicembre, che si è trasformato in una buona ragione per il «no grazie» degli arabi e per spianare la strada verso la ricapitalizzazione della banca a carico dello Stato. Magari una parte del miliardo che si era ipotizzato potesse arrivare da Doha verrà dirottato su altri dossier italiani. Più piccoli ma anche forse più appetitosi.

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