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Banche, il recupero crediti fuori dalla legge di Bilancio

Sarà reintrodotto in Parlamento il tormentato provvedimento studiato per velocizzare il recupero dei beni dei creditori morosi da parte delle banche. Il gruppo del Pd a palazzo Madama, dopo lo stralcio di ieri da parte del presidente del Senato Grasso, ha presentato un emendamento al decreto fiscale, connesso alla legge di Bilancio, che consentirebbe alle banche creditrici di procedere all’azione di recupero di un bene, ad esempio un appartamento o un capannone industriale, prima che la procedura fallimentare, e gli eventuali ricorsi, siano completamente definiti.
La storia del provvedimento recupera-crediti ha avuto un antefatto dalla forte coloritura politica. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, preoccupato del livello delle sofferenze bancarie e dai tempi di recupero che oggi si valutano in una media di sette anni, aveva ideato e concordato con il ministero della Giustizia, un provvedimento da inserire nella legge di Bilancio. Palazzo Chigi, sembra su pressione della sottosegretaria Maria Elena Boschi, avrebbe bloccato la versione originaria della misura perché avrebbe avvantaggiato il sistema bancario, obiettivo posto nel mirino dai renziani con uno spettro di azioni che va dalla campagna anti-Visco alla Commissione d’indagine sul credito.
Il provvedimento recupera- crediti tuttavia non è scomparso: in una versione più morbida è stato inserito all’articolo 15 della legge di Bilancio in esame al Senato. L’articolo prevedeva un termine ultimativo di 30 giorni per il giudice per stabilire la ripartizione dei proventi derivati dalla vendita tra i vari creditori (fisco, banche, ecc.) accelerando di fatto le procedure. In seconda battuta consentiva di chiudere più velocemente la parte della vertenza sulla quale il debitore non fa opposizione e dava un’arma in più ai giudici per rifiutare i ricorsi strumentali ed eventuali opposizioni dei morosi limitandone l’accoglimento solo ai casi in cui siano manifestamente fondate. L’articolo 15 tuttavia era di carattere “ordinamentale”, cioè modificava norme e non saldi finanziari e dunque non rispondeva ai requisiti delle norme della legge di Bilancio: di conseguenza il presidente del Senato Grasso ha cancellato la norma. Ora la questione ritorna a galla e il Pd ha deciso di andare avanti, rispondendo alle richieste di Padoan: l’emendamento presentato al decreto fiscale (dove è possibile inserire norme “ordinamentali”) consente di fatto alle banche di far proseguire l’azione legale aperta per il recupero del credito e la vendita del bene nonostante l’apertura della procedura fallimentare e anche in presenza di ricorsi. Naturalmente, se al termine del procedimento il debitore moroso dovesse avere ragione, verrebbe rimborsato.
Il pacchetto di emendamenti al decreto fiscale investe anche lo spesometro, il meccanismo in base al quale ogni tre mesi le fatture devono essere trasmesse telematicamente dagli operatori all’Agenzia delle entrate. La scadenza trimestrale era stata contestata dai commercialisti e lo stesso direttore dell’Agenzia delle entrate Ruffini aveva chiesto una modifica: la mole delle fatture arrivate on line in tre mesi ha raggiunto infatti 1,4 miliardi, cifra difficilmente gestibile dagli operatori. Si passa dunque ad una più comoda comunicazione annuale.

Roberto Petrini

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