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Banche, rally in Borsa: faro sul dossier fusioni

Il mercato del credito bancario continua a essere in fermento. E così, benchè ad oggi non ci sia nulla di ufficiale sui tavoli dei principali istituti italiani, i titoli volano. Ieri a scattare sono stati in particolare Banco Bpm (+5,8%) e Creval (+11,6%), due titoli che scontano peraltro una sottovalutazione pesante rispetto al patrimonio netto. E che quindi diventano facilmente oggetto di attenzione da parte di investitori, convinti della futura creazione di valore. Ma nel giro degli acquisti in verità è finito un po’ tutto il paniere delle banche italiane, incluse Unicredit (+2,3%) e Bper (+5,3%).

Resta da capire quale possa essere l’esito finale di un risiko che, al momento, appare ancora tutto da giocare. Gli ultimi rumors, rilanciati ieri da Bloomberg, mettevano i titoli di Banco Bpm e Creval al centro di un possibile interessamento da parte del Crédit Agricole. La Banque Verte, in particolare, starebbe esaminando banche medie e piccole. Si vedrà nei prossimi tempi se qualcosa maturerà da Parigi. Non è un mistero che la banca francese, guidata in Italia da Giampiero Maioli, abbia da tempo i radar accesi sul nostro paese. Già nei mesi scorsi l’istituto aveva ragionato sull’ipotesi di salire nel Creval (con cui ha una partnership e di cui detiene oggi il 5%), salvo poi mettere il dossier in stand-by per desiderio del quartier generale d’Oltralpe. Lo stesso Luigi Lovaglio, in un’intervista al Sole 24Ore dello scorso 19 settembre, ha ribadito come con i francesi ci sia «un’ottima collaborazione». Così come, d’altra parte, nei mesi scorsi erano circolati rumors su un possibile interessamento verso Ubi, banca in quel momento sotto Opa da parte di Intesa. Ora le speculazioni guardano a BancoBpm, istituto sotto i riflettori visto che il suo ceo Giuseppe Castagna (si veda Il Sole 24Ore dello scorso 11 agosto) ha ribadito come la banca sia aperta a valutare possibili aggregazioni. La natura dell’azionariato di BancoBpm – a tutti gli effetti una public company – nonchè il posizionamento nelle aree strategiche del paese, la rendono una delle prede ideali sul mercato. Va detto che ieri l’istituto francese ha voluto gettare comunque acqua sul fuoco. «Abbiamo espresso la nostra strategia al momento della presentazione del nostro Pmt (piano di medio termine, ndr). Questa resta invariata», ha detto un portavoce alludendo a una strategia focalizzata sulla crescita interna e sulle partnership finalizzate al collocamento di prodotti.

BancoBpm in verità ieri era oggetto d’attenzione del mercato anche per un presunto possibile accoppiamento con UniCredit. Vero è che un’operazione simile avrebbe il vantaggio, come evidenziato ieri da Equita Sim, di un forte razionale industriale, in quanto «rafforzerebbe in modo significativo il posizionamento competitivo di UniCredit in Italia sia in termini assoluti che relativo specialmente al Nord». D’altra parte, al di là delle smentite arrivate ieri da BancoBpm sui possibili contatti con piazza Gae Aulenti, rimane da capire quale possa poi essere a quel punto il posizionamento di Unicredit. Che, di colpo, da campione “paneuropeo” al contrario si ritroverebbe fortemente concentrato in Italia.

Per qualcuno, a quel punto, sarebbe il vero inizio dello spin-off tra l’Italia e il resto della attività europee, per la banca guidata da Jean Pierre Mustier. Lo stesso problema, a dire il vero, si riproporrebbe nell’altra maxi-operazione in cui qualcuno, a Roma, confida. E cioè il coinvolgimento di UniCredit per la messa in sicurezza di Mps. In questo caso però l’istituto milanese potrebbe avere gioco a farsi carico di Mps (-0,4% in Borsa) a fronte delle giuste condizioni: a patto che l’operazione sia completamente neutra sotto il profilo patrimoniale, anzitutto. E, affinchè ciò accada, servirebbe che il governo – che tramite il Mef controlla il 68% della banca – mettesse sul tavolo una dote non trascurabile. Al di là delle possibili contestazioni da parte di Bruxelles, va peraltro considerato che di mezzo c’è il tema della manleva rispetto alle cause legali verso Mps (circa 10 miliardi complessivi), oltre alle spese di ristrutturazione. Senza contare il tema degli esuberi, di fronte al quale già si è alzata la prima levata di scudi da parte dei sindacati. La strada, insomma, è tutt’altro che in discesa.

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