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Banche, quell’instabilità che allontana i soci stabili

«Tra le incertezze regolamentari e un contesto sempre più ostico, ormai le banche sono un affare solo per hedge fund. O per istituzionali interessati più al capital gain che alla creazione di valore sul medio-lungo periodo». Tra il brutale e il disincantato, dice così un ex banchiere. Ci sta: il fabbisogno crescente di capitale, insieme a una redditività sostenibile sempre più difficile da garantire, sono due dati di fatto.
A cui se ne aggiunge un terzo: la volatilità. Che per definizione attira short-termisti e flash trader, cioè investitori a breve o brevissimo termine.
Certo ogni banca fa storia a sé, ma il processo è evidente e irreversibile, non solo in Italia. E l’aumento di capitale di UniCredit, inevitabilmente, farà segnare un ulteriore passo in avanti. Negli ultimi cinque anni il processo ha accelerato, come dimostrano alcuni dati elaborati per Il Sole 24 Ore da Morrow Sodali, leader nel mercato dei proxy advisor: analizzando l’azionariato delle prime quattro banche spa italiane (UniCredit, Intesa, Mps, Carige), emerge chiaramente l’assottigliamento del nucleo degli azionisti strategici. Ovvero di tutti coloro – Fondazioni, privati o fondi – che sono nel capitale da tempo e hanno avuto un ruolo attivo nella gestione, partecipando alle liste di maggioranza e inserendo spesso uno o più amministratori nel board. C’è un’eccezione, certo, legata a Intesa Sanpaolo, dove il nocciolo dei soci strategici si è ridotto di neanche tre punti in cinque anni, scendendo dal 24,8 al 22,1%; ma anche qui cambierà presto: Fondazione Firenze ha già alleggerito per il protocollo Acri-Mef, Padova non ha ancora terminato la diluizione, Compagnia di San Paolo deve ancora iniziare. Situazione opposta in Carige, o Mps. Qui il deflagrare della crisi, la mina degli Npl e la necessità di nuovo capitale hanno scardinato quelli che fino a pochi anni a fa erano feudi incontrastati delle due fondazioni cittadine: a fine 2011 il primo azionista senese aveva in mano il 48,66% a Siena e il 49,43% Genova. Oggi entrambi sono polverizzati, al Monte il primo azionista è il Tesoro che sta per assumerne il controllo, a Genova le sorti sono in mano alla famiglia Malacalza.
E UniCredit? Il fronte dei soci strategici, che aveva retto fino all’ultimo aumento di capitale, si sta sfagliando: dal 26% del 2011 oggi si è ridotto al 14,33 e dopo l’aumento si aggirerà intorno al 10. Fino a qui le banche spa. Ma il fenomeno ora riguarda anche le ex popolari, dove i rapporti di forza non dipendono più dalle teste ma dal capitale: Ubi, la prima a essere diventata Spa, ha recuperato un nocciolo duro bresciano-bergamasco-cuneese intorno al 22%, eredità delle stagioni precedenti. Ma nelle altre tre ex popolari la situazione è più complessa: in CreVal all’ultima assemblea nelle tasche dei piccoli soci c’era il 4% del capitale e il mercato oggi è potenzialmente padrone, in BancoBpm si sta tentando di costruire un nucleo strategico e così in Bper, dove si è un po’ più avanti e si punta al 20%.Il resto, è dei fondi.
La presenza sempre più massiccia di questa categoria di investitori, a loro volta scomponibile in anime diverse, è fatto noto e dibattutto. Ma è bene ricordare che rappresenta soltanto un aspetto di una mutazione genetica sempre più profonda, che attiene specificamente alle banche e che vede nell’evoluzione dell’azionariato una conseguenza e non la causa: i tassi bassi e la pressione sui margini, la regolamentazione sempre in divenire, il rigore della vigilanza, il fardello degli Npl hanno prodotto un contesto così isterico da rendere più fluido anche l’azionariato.
«Indubbiamente c’è più movimento tra i grandi fondi istituzionali», osserva Andrea Di Segni, senior partner di Morrow Sodali. E a tendere potrebbe essercene sempre più: «Se l’amministrazione Trump proseguirà nella sua de-regulation, ad esempio smontando la Dodd-Frank, l’impatto sull’azionariato sarà pesante». Come? «Le banche americane avranno mani più libere, dunque potranno attirare gli investitori a caccia di ritorni immediati. O al contrario spingere altrove chi è più allergico al rischio». Le banche europee, comprese le italiane, ne subiranno le conseguenze. Ma, avverte ancora Di Segni, in questo quadro così fluido un modo per fidelizzare, o per lo meno interloquire con la componente di mercato, c’è: la governance, insieme a una visione di lungo termine. «In questi anni oltre a essere cambiato l’azionariato si è modificato anche il livello di partecipazione, che è sempre più elevato». Un rischio, visto che la maggioranza ormai è stabilmente in mano ai fondi, ma anche una potenzialità: «Le best practice in fatto di governance, dalle politiche di remunerazione ai sistemi per la nomina dei board, sono componenti determinanti per la stabilità dell’azionariato e i suoi assetti di controllo. Diversamente, gli azionisti strategici soccomberanno sotto il peso della loro minoranza».
Per le banche, invece, il pericolo potrebbe essere un altro: assottigliati o emarginati i soci stabili, la logica imperante potrebbe diventare quella del ritorno immediato, con buona pace del sostegno a famiglie e imprese. Con un paradosso: ritrovarsi più patrimonializzate ma ciononostante meno affidabili.

Marco Ferrando

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