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Banche Quegli incroci molto popolari

I l cerchio si stringe. Domani sono convocati i primi consigli di amministrazione della maggiori banche italiane. All’ordine del giorno l’esame dell’ultimo trimestre del 2014 e, conseguentemente, si avrà la visione d’assieme dell’ennesimo anno di difficoltà del settore. Le voci di bilancio saranno fortemente condizionate dai pubblici suggerimenti della Banca centrale europea – che vigilia direttamente su 14 istituti italiani – pienamente condivisi dalla Banca d’Italia, che ha in carico il resto del sistema. In sostanza, i regolatori chiedono agli amministratori tre cose: 1) profonda attività di copertura dei crediti a rischio; 2) nel caso di utili d’esercizio, privilegiare la destinazione a capitale, al fine di rafforzare la struttura patrimoniale; 3) solo successivamente, procedere alla distribuzione di dividendi.
Con questi vincoli, pochi possono dirsi sereni. Intesa Sanpaolo lo è, così Unicredit e Ubi. Hanno recuperato terreno negli ultimi mesi la Popolare di Milano, Bper (che mercoledì presenterà il piano industriale) e il Banco Popolare. Ma gli altri? Nelle scorse settimane è risultato evidente come la raccomandazione della Bce va a toccare soprattutto le tre banche cooperative non quotate: Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Bari. Su questi tre istituti – guidati rispettivamente da Samuele Sorato, Vincenzo Consoli e Vincenzo De Bustis, con Gianni Zonin, Francesco Favotto e Marco Jacobini alla presidenza – si concentrerà l’attenzione. Perché lo stato di salute che trasparirà dal bilancio 2014 – che in tutti e tre i casi non si annuncia florido – sarà la base di partenza della prossima, imminente, partita di risiko. Il sistema è ancora troppo frammentato, in Europa solo in Germania si trovano più banche che in Italia e la dimensione è un fattore dal quale oggi non si può prescindere.
Le mosse
Il panorama italiano è pronto per una nuova azione di consolidamento. Salvo (per ora) timide aperture, i due big, Intesa e Unicredit, si sono chiamati fuori dalla partita domestica: Unicredit è proiettato sull’Europa dell’Est, Intesa Sanpaolo ha in programma acquisizioni all’estero. Restano, nel ruolo di possibili aggregatori, Ubi, la Milano, il Banco, la Popolare dell’Emilia-Romagna. Come si muoveranno si potrà capire solo quando saranno stati resi noti i bilanci di chiusura del 2014. A quel punto tutte le carte saranno sul tavolo e le danze potranno iniziare.
Non sarà però esclusivamente un riordino dell’universo popolare. Su tutto il sistema creditizio italiano pesa l’incognita del futuro del Monte dei Paschi di Siena. La situazione della più antica banca al mondo non accenna a stabilizzarsi. Dopo l’aumento di capitale del 2014 ne è atteso uno nuovo, a primavera, da 2,5 miliardi di euro. Le ipotesi si accavallano. Si va da un futuro stand alone , fino ad accordi con Ubi e, addirittura, con i francesi di Société Générale, tanto che proprio in quest’ottica c’è chi stato visto il recente arrivo a Parigi dell’ex membro del comitato esecutivo della Bce, il toscano Lorenzo Bini Smaghi.
Ubi potrebbe venire troppo pesantemente coinvolta in un accordo che consideri Mps nella sua globalità e potrebbe anche essere interessata ad acquisire una parte della banca senese, se si procedesse a uno «spezzatino». In particolare, il Nordest è attualmente poco presidiato dal gruppo di Victor Massiah e Mps, nell’area, ha la ex Antonveneta. Parzialmente estranea al mondo delle popolari è anche l’ipotesi che vede protagonista Carige. Anche in questo caso è in cantiere un nuovo aumento di capitale e anche in questo caso all’ipotesi stand alone si affiancano possibili fusioni.
Soluzioni industriali
La più interessante dal punto di vista industriale vede protagonista la Milano. Unendo Bpm e Carige si andrebbe a coprire un’area ricca e con rare sovrapposizioni. Un ruolo importante potrebbe essere giocato da Andrea Bonomi, già azionista di Bpm, possibile futuro acquirente delle quote che la Fondazione Carige andrà a vendere nei prossimi mesi. Nel guazzabuglio di ipotesi sottostanti, tutte le opportunità sono aperte. La più chiacchierata ipotizza la fusione tra le due banche del Nordest (Vicenza e Veneto). Le sovrapposizioni non mancherebbero, ma l’idea di creare un polo nazionale del credito con la testa in una delle aree più produttive d’Italia, comincia a fare premio sulle profondissime rivalità personali e di campanile che ancora separano i due istituti. Nascerebbe un gruppo da 1.200 sportelli, con oltre 11 mila dipendenti e 80 miliardi di attivi, una cifra che porterebbe la nuova realtà al livello della Bnl (84,8).
Le due grandi popolari, Ubi e il Banco di Saviotti, potrebbero anche venir coinvolte in un movimento incrociato su Veneto e Vicenza. Si prospetta, in questo caso, la necessaria preventiva trasformazione in Spa e la quotazione in Borsa delle due banche più piccole, per rendere assimilabile il valore dei titoli, oggi sproporzionatamente a favore di Veneto e Vicenza, con imbarazzanti effetti in sede di capitalizzazione. Anche per questo le due venete potrebbero unire preventivamente le forze e poi pensare (ci sono 18 mesi di tempo) a trasformarsi in società per azioni e a sbarcare sul listino. Sulla Vicenza potrebbe manifestarsi anche l’interesse della Milano di Castagna, ma secondo alcuni l’operazione più sistemica sarebbe unire le due venete alle due banche della Valtellina, ottenendo un grande gruppo da 140 miliardi di attivi tangibili, 2 mila sportelli e quasi 20 mila dipendenti. Un gruppo capace di abbracciare tutto il Nord, da Trieste a Sondrio. Servirebbe, è vero, un quadruplo salto mortale, con molte complicanze e tanti campanili da abbattere. Ma sarebbe la nascita di un gruppo di dimensioni nazionali.
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