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Banche protagoniste nelle scelte dei «sovrani»

di Guido Plutino

Sempre più operazioni, ma di minori dimensioni rispetto a quelle del passato, concluse in mercati sempre più lontani. In un 2010 ad alta densità di tensioni geopolitiche i fondi sovrani non hanno rallentato l'attività, ma i cambiamenti sono stati importanti e numerosi. Questi riguardano sia i settori d'interesse sia i Paesi target e, di conseguenza, anche le strategie di investimento seguite da questi importanti soggetti che nei momenti più duri della crisi hanno svolto un ruolo primario di salvagente per aziende e mercati.

L'analisi dettagliata di numeri e cambiamenti qualitativi è contenuta nel Rapporto Monitor, intitolato quest'anno «Braving the new world: Sovereign wealth fund investment in the uncertain times of 2010». Le operazioni condotte a termine sono state 172 (+50% rispetto al 2009), con un valore complessivo di 52,7 miliardi di dollari (-23%). La conferma della tendenza che porta verso deal con valori più contenuti si accompagna a importanti novità di natura qualitativa. Uno degli elementi caratterizzanti del 2010 è stato infatti il ritorno d'interesse per il comparto finanziario dopo la pausa verificatasi nel 2009. Verso banche, assicurazioni e società di trading sono stati indirizzati 20,4 miliardi di dollari suddivisi in 50 operazioni (tra queste, quelle che hanno riguardato le aziende di credito hanno fatto la parte del leone). Un fiume di risorse, pari al 39% del totale investito nel 2010. Non è l'unica novità. A ciò si aggiunge infatti l'interesse manifestato per il mondo dell'energia, delle risorse e delle commodity, con un approccio a largo raggio che porta a presidiare tutta la catena del valore. «Il ritorno alla finanza ci ha stupito – commenta Bernardo Bortolotti, coautore del Rapporto Monitor insieme a Victoria Barbary e docente di Economia politica all'Università di Torino – anche perché si è manifestato in modo diverso dai tempi del grande salvataggio delle banche Usa, che tra l'altro aveva causato ai fondi sovrani qualche problema a causa delle scarse performance. In realtà, approfondendo il fenomeno, si scoprono grandi differenze. Oggi l'approccio è più selettivo e porta a una presenza articolata». Ciò significa che le frecce dei fondi sovrani non si dirigono più solo sul bersaglio delle banche commerciali, ma anche verso fondi di private equity e altri soggetti, dando così origine a uno shopping molto più esteso. «Infatti – riprende Bortolotti – ci sono due fatti inediti: l'interesse per assicurazioni e società di trading, che indica la volontà di essere presenti nelle infrastrutture della finanza e in tutte le sue espressioni».

Analogamente avviene per energia e materie prime, dove il focus è rappresentato dalle fonti alternative. «In sintesi – precisa Bortolotti – il flusso di risorse va da un'energia in via di esaurimento, il petrolio, alle nuove energie, con attenzione particolare ad asset in grado di assicurare la sostenibilità a lungo termine dello sviluppo economico».

Anche quando si sposta l'attenzione sulle dinamiche geografiche dei movimenti di capitale non mancano i cambiamenti profondi. Si moltiplicano infatti i flussi finanziari da Paesi emergenti a Paesi emergenti, con una prevalenza delle direttrici Sud-Sud ed Est-Sud. Ovviamente Europa e Stati Uniti sono ancora destinazioni ben presidiate, ma il loro peso tende a ridursi sempre più. Non è solo un fenomeno contingente, legato alla ricerca delle migliori opportunità nei mercati azionari più vivaci, ma è un fattore strutturale. «Non si tratta tanto di una riallocazione di risorse tra Paesi emergenti – conclude Bortolotti – quanto di una maggiore concentrazione dei fondi sovrani sulle economie di origine per affrontare i problemi strutturali di casa loro e intervenire nelle economie nazionali stressate sul fronte economico-sociale. Un esempio tra i più significativi è quello degli investimenti del fondo sovrano cinese in Cina».

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