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Banche in pressing sulle cedole Ma la crisi rilancia i dubbi Bce

Solo a dicembre si capiranno le intenzioni della Bce sul tema dell’erogazione dei dividendi delle banche europee. Perché solo a quel punto, si ritiene a Francoforte, si potrà avere maggiore visibilità sull’andamento dell’epidemia, sul futuro delle economie europee e sulle traiettorie dei piani di conservazione del capitale degli istituti.

La misura precauzionale varata da marzo da Bce nel pieno dello scoppio della pandemia – e poi prorogata in luglio fino a fine di dicembre – continua a generare dubbi e incertezze tra gli osservatori. Ma sta anche alimentando una tensione neanche troppo sotterranea tra vigilante e vigilati. «Penso che debba esserci maggiore equilibrio sul tema – ha detto nei giorni scorsi il numero uno del colosso spagnolo Bbva, Onur Genç – La decisione spetta ai regolatori ma noi ci attendiamo che nel 2021 il divieto venga tolto».

La posizione delle banche, del resto, è chiara: senza dividendi il settore perde appeal agli occhi degli investitori globali. E il mantenimento della raccomandazione erga omnes rischia di punire oltre modo un settore già sufficientemente messo alla prova. Dall’inizio della pandemia, il settore delle banche europee (Stoxx 600 banks) ha perso del resto circa il 40% del suo valore, contro il 12% circa dello Stoxx 600 europeo nel suo complesso. E oggi le banche del Vecchio Continente valgono in media il 40% del loro valore di libro.

In un universo dove gli investitori per loro natura fanno selezione, a vincere è chi remunera il capitale mentre a perdere sono gli altri. E in questo senso le banche sono oggi uno dei segmenti meno appetibili. Secondo i dati della Federazione bancaria europea (Ebf), i pagamenti dei dividendi bancari sono scesi a livello globale del 39% nel primo semestre, rispetto al -23% della media del resto dell’industria. Ma va peggio nel caso delle banche europee, che hanno registrato un calo dei dividendi dell’86%, il doppio rispetto a quello (-44%) delle altre società.

Il pressing su Francoforte è dunque fortissimo. E si misura nelle esternazioni in arrivo da molti dei grandi colossi bancari. Da Barclays a SocGen, diversi gruppi hanno alzato la voce per esprimere il loro dissenso e spingere verso un alleggerimento giudicato vitale per il comparto. Altri, come Santander, stanno ragionando sulla possibilità di pagare un dividendo in azioni (scrip dividend), in linea con gli inviti Bce. «La raccomandazione di uno stop al pagamento dei dividendi è e deve essere eccezionale», è stato a luglio il monito della Ebf. Che ha chiesto chiarezza su «chi può pagare cosa e quando, sulla base di criteri oggettivi chiaramente definiti». «Sarebbe stato inappropriato (distribuire i dividendi, ndr) in un momento di grande incertezza mentre i governi stavano fornendo garanzie per miliardi», ha ammesso da parte sua a inizio ottobre Jean Pierre Mustier, numero uno dell’Ebf nonché ceo di UniCredit, che però ha ribadito come ora gli investitori vogliano «avere più visibilità sui principi che vorrà applicare la Bce».

Si vedrà. La convinzione diffusa sul mercato è che, al netto di peggioramenti tali da generare un’elevata incertezza sulle prospettive patrimoniali delle banche, il braccio della Supervisione bancaria decida di tornare alla prassi consueta, che prevede il via libera alla distribuzione di dividendi sulla base di un’analisi caso per caso. L’eterogeneità tra le diverse policy negli accantonamenti negli ultimi trimestri e le diverse solidità patrimoniali fanno propendere per questa ipotesi. In questo quadro, la Vigilanza valuterebbe con attenzione traiettoria ed equilibrio tra accantonamenti prudenziali e cuscinetti patrimoniali delle singole banche. L’obiettivo è evitare che un “liberi tutti” possa portare le banche a sbilanciarsi in una corsa alla remunerazione con il rischio di indebolire le dotazioni patrimoniali proprio mentre le nuvole all’orizzonte si accumulano.

Ma sarà davvero così? A Francoforte nessuno oggi vuole sbilanciarsi. Troppe sono le incertezze sullo scenario futuro e sui rischi di revisione al ribasso a livello macro a causa della riacutizzazione della pandemia. E proprio perchè non c’è alcuna volontà di creare false attese, in Vigilanza si ribadisce come tutte le opzioni siano al momento sul tavolo, inclusa anche un’eventuale proroga della raccomandazione, qualora l’andamento della pandemia lo richiedesse. Perché è vero che c’è la piena consapevolezza del fatto che il veto sui dividendi sia un problema per il settore, e di come questo sia uno strumento eccezionale e assolutamente temporaneo. Ma, di converso, c’è anche la convinzione che i mali del settore, e il relativo calo delle quotazioni, non siano da ricondurre solo al divieto di erogare utili. «Il settore bancario europeo non era particolarmente attraente anche prima della nostra raccomandazione sui dividendi – ha detto Andrea Enria in una recente intervista all’Handelsblatt – Ciò è dovuto alla bassa redditività, ai costi elevati, alla mancanza di modelli di business sostenibili di alcune banche e agli investimenti insufficienti in nuove tecnologie». Gli schemi di garanzie dei Governi, a cui si sono accompagnate le manovre di allentamento delle regole prudenziali decise dalla Bce, servivano a favorire prestiti «a famiglie e imprese, non a compensare gli azionisti».

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