Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Banche in pressing sul nuovo piano: senza la svolta pronto il dietro front

Azioniste e al tempo stesso creditrici, le banche ora pretendono un piano che le soddisfi in entrambi i ruoli che le vedono impegnate nella partita Alitalia. Se non sarà ritenuto all’altezza, è probabile che nè da UniCredit né da Intesa possano arrivare altre risorse. Quindi: niente proroga della clausola stand still in scadenza il 31 marzo e nessun impegno con nuovo capitale o nuovi strumenti partecipativi, magari da iniettare sotto l’ala protettiva dell’articolo 67 della legge fallimentare, che argina il concorso al rischio in caso di fallimento.
Sulla vicenda di Alitalia «stiamo lavorando e siamo fiduciosi che si possa trovare una soluzione», ha detto lunedì l’amministratore delegato di Banca Imi (gruppo Intesa), Mauro Micillo. E questo sarebbe lo stato dell’arte, condiviso nei fatti con UniCredit, dove il dossier Alitalia verosimilmente sarà uno dei primi che il ceo Jean Pierre Mustier dovrà affrontare dopo l’aumento, quindi con la “nuova” banca ricapitalizzata. Basta questo a capire perché si tratti di partita delicata per Piazza Gae Aulenti, e seguita con particolare attenzione dal manager francese ormai da diversi mesi.
Nel cda di Alitalia ci sono due rappresentanti di peso per le due banche: il presidente di Banca Imi, Gaetano Miccichè, e Federico Ghizzoni, ex ceo di UniCredit; ma in consiglio siede anche Luca Cordero di Montezemolo, che della banca è vice-presidente. Loro, in particolare, aspettano il piano industriale commissionato a Roland Berger (con Kpmg chiamata a verificarne la sostenibilità finanziaria) dopo aver giudicato insoddisfacente quello messo a punto dal ceo della compagnia, Cramer Ball, al punto da non esser ritenuto degno di finire neanche all’attenzione dei consigli delle due banche. I consulenti di Roland Berger, dopo una prima bozza (a sua volta non ritenuta sufficiente) presentata nei giorni scorsi, dovrebbero sottoporre il documento definitivo a inizio marzo, tra la fine della settimana prossima e quella dopo (prima è in agenda un altro cda, ma interlocutorio): sulla base di quel documento, con tanto di prospettive finanziarie e opzioni industriali, le banche dovrebbero decidere se rimanere in partita. O meglio, se continuare o meno a sostenere Alitalia con risorse fresche. Un elemento determinante sarà il taglio dei costi: il ceo Ball ha indicato un obiettivo-monstre di 160 milioni già per il 2017 ed è probabile che il piano di Roland Berger parta di qui, ma le banche a fronte di tagli certi vorrebbero anche ritorni ragionevoli, e quindi una riorganizzazione convincente della flotta e delle rotte, con la tanto ambita focalizzazione sul lungo raggio e conseguente low-costizzazione delle tratte domestiche ed europee. Solo alla luce del nuovo documento strategico potrà essere valutata un’eventuale ricapitalizzazione (secondo Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi, «in questo momento è assolutamente impossibile dirlo», ha detto nei giorni scorsi) così come una possibile aggregazione.
Il fallimento del piano Etihad, si ragiona in ambienti bancari, sarebbe certificato dall’uscita ormai imminente del vice presidente, James Hogan, a cui farebbe seguito quella dell’amministratore delegato: la scelta di quello nuovo entrerà nel vivo da metà marzo in poi.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

TORINO — La produzione della 500 elettrica ferma i contratti di solidarietà nel polo torinese, tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non deve essere imputata la società unipersonale. Non sulla base del decreto 231. In questo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora al palo la corsa agli aumenti di capitale agevolati dall’articolo 26 del Dl 34/2020...

Oggi sulla stampa