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Banche, il pressing Bce scuote la Borsa

La richiesta Bce di una svalutazione totale dei crediti deteriorati in pancia alle banche italiane spaventa il mercato. Un po’ meno, pare, diverse banche italiane, che sottolineano come l’impatto della richiesta da parte della Bce sulla svalutazione dello stock dei crediti deteriorati entro un orizzonte prefissato – che indicativamente si aggira attorno al 2026 – sia tutto sommato gestibile.
La notizia, rivelata ieri dal Sole 24Ore e confermata da fonti Bce alle agenzie di stampa, è che a dicembre la Bce ha inviato a tutte le banche europee la bozza di lettera Srep contenente deadline differenziate banca per banca: entro le scadenze prefissate, le banche sono chiamate ad aumentare le coperture fino a svalutare integralmente lo stock di crediti deteriorati attuale. Ogni istituto ha dunque un termine che varia in virtù dello stato di salute e del peso degli Npl in portafoglio. Da qui la possibilità che agli istituti più solidi venga richiesto anche di anticipare la copertura totale rispetto ai sette anni previsti per Mps, che ha reso noto le richieste Bce venerdì.
Di fronte a questa prospettiva, il mercato ieri ha reagito in maniera istintiva, vendendo a piene mani. Il paniere del Ftse Italia bancario è arretrato del 2,2%. I cali hanno interessato un po’ tutte le banche italiane, da Ubi Banca (-4,97%) a Bper (-4,74%), da Banco Bpm (-4,13%) a UniCredit (-3,16%), mentre a contenere i danni è stata Intesa Sanpaolo (-1,3%). Reazioni violente ma comunque più limitate rispetto alle perdite viste nel corso della giornata: Ubi, Bper e BancoBpm erano arrivate a perdere oltre l’8%. Il peggiore del comparto è stato il titolo di Mps, che ha ceduto un altro 7,65% dopo il tonfo (-10%) di lunedì.
A contenere le perdite hanno contribuito le indicazioni arrivate nel corso della giornata da parte degli istituti. Intesa Sanpaolo, BancoBpm, Ubi e Bper hanno comunicato che non vedono impatti «significativi» per quanto riguarda gli obiettivi e le previsioni di natura economica e patrimoniale già resi noti al mercato.
La richiesta della Vigilanza Bce non avrebbe insomma trovato impreparati gli istituti. Vero è che Francoforte aveva anticipato già a luglio che ci sarebbe stato un intervento a medio termine sullo stock dei crediti deteriorati. All’epoca la Vigilanza aveva preannunciato che avrebbe dialogato con ciascuna banca per definire le «aspettative di vigilanza su base individuale». In quel contesto, l’Ssm aveva anche chiarito che avrebbe effettuato una «valutazione comparata» tra istituti simili su scala europea (benchmarking), e che avrebbe tenuto conto del livello di Npl ratio e di «altri indicatori finanziari» di ciascuna banca per definire le singole aspettative e le scadenze massime per le svalutazioni. Un approccio, quello “banca per banca”, che peraltro è stato confermato anche dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli.
Per capire le richieste finali bisognerà attendere fine gennaio, quando saranno inviate le lettere definitive degli Srep. Secondo i calcoli di Mediobanca, una svalutazione integrale degli Npl entro il 2026 costerebbe agli istituti italiani il 17% degli utili aggregati 2019-2026: si tratterebbe dunque di 15 miliardi di ulteriori accantonamenti.
Va detto che quella di Francoforte rimane un’aspettativa, e non ha dunque carattere vincolante. Gli istituti, peraltro,in teoria potrebbero anche non allinearsi alle richieste, discutendone con gli ispettori e fornendo una spiegazione. Ci sarebbero impatti sulle richieste di Pillar 2, ma chi è più forte patrimonialmente potrebbe resistere. «Mi aspetto che l’Ssm avvii un dialogo con le banche che possa portare anche a rivedere queste aspettative», spiega al Sole 24Ore Roberto Gualtieri, presidente della commissione Econ del Parlamento Ue. Nel contempo, le banche più forti, come evidenziato dagli stessi istituti e anticipato ieri dal Sole 24Ore, potrebbero anzi avere la forza patrimoniale per gestire le richieste Bce senza eccessivi scossoni: lo scenario più realistico è che gli istituti scelgano di cedere i crediti sul mercato prima dell’orizzonte fissato, piuttosto che svalutarli al 100%. Così facendo, riuscirebbero ad abbassare il livello di rischiosità del portafoglio e a godere di una riduzione dei requisiti patrimoniali.

Luca Davi

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