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Banche popolari in trincea “Con la riforma 20mila esuberi e 80 miliardi di crediti in meno”

Non accenna a placarsi il fronte anti-decreto di trasformazione in spa delle popolari più grandi. A parte le diffuse critiche dal versante politico, ieri è scesa di nuovo in campo con determinazione Assopopolari, la potente organizzazione che tutela gli interessi della categoria. Secondo Assopopolari la misura contenuta nel decreto determinerà una contrazione del Pil pari a tre punti percentuali, con una perdita di 80 miliardi di euro di crediti (25 in meno alle famiglie e 55 alle imprese) ed esuberi per circa 20 mila unità, con un taglio ai costi del personale pari a 1,5 miliardi di euro.
Secondo Assopopolari – che nei prossimi giorni dovrebbe tenere una nuova riunione con i presidenti delle principali popolari coinvolte nella riforma – in due anni si «assisterebbe ad una progressiva desertificazione dei territori » mentre le risorse «per effetto della ricerca di utili maggiori ed immediati, sarebbero deviate verso attività finanziarie di tipo speculativo». L’assunto infatti è che «nei sistemi economici a prevalenza di Pmi» la quota di mercato delle banche popolari è «pari al 66% contro il 33% del resto del sistema».
Ieri intanto in Borsa il settore si è preso una pausa. Il Banco popolare ha perso lo 0,52% e Bpm l’1,31%, mentre Bper ha chiuso gli scambi invariata, il Creval ha lasciato sul terreno lo 0,91% e la Sondrio l’1,28% mentre Ubi ha ceduto lo 0,55% e la Popolare dell’Etruria il 3,18% (ma è l’istituto, ad onta di un Tier 1 ratio al 5,9% secondo l’ultima trimestrale, che è salito più di tutti negli ultimi tempi).
Proprio l’andamento degli scambi a ridosso del decreto legge ha portato la Consob ad accendere un faro. «Ci sono state anomalie prima e dopo l’annuncio» ha spiegato Maria Antonietta Scopelliti, responsabile divisione mercati di Consob, «ci sono stati posizionamenti particolarmente entusiastici e vogliamo spiegarci le anomalie, ma non è detto che si concretizzino in veri sospetti» e comunque i tempi non sono rapidi: «l’ordine di grandezza è di almeno sei mesi». Dal canto suo l’Adusbef ha presentato a Roma un esposto-denuncia.
Sul piede di guerra anche i sindacati, che stanno preparando lo sciopero di categoria del 30 gennaio. Le otto sigle sindacali dei bancari hanno inviato una lettera al premier Matteo Renzi per respingere il decreto. Il rischio, secondo i sindacati, è che il provvedimento apra la strada a colossi internazionali interessati soltanto alla «finanza speculativa e predatoria », mentre continua a destare dubbi la scelta di procedere per decreto.
La strada del decreto legge lascia perplesso anche il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, Francesco Boccia (Pd), che ha illustrato alcune delle ipotesi di modifica allo studio dei deputati. Si va dalla possibilità di limitare il provvedimento soltanto alle quotate, quindi sette anziché le dieci che hanno attivi superiori alla soglia individuata dal decreto, o di porre un tetto del 5% per il voto in assemblea. Questo secondo aspetto trova qualche consenso anche nel mondo delle popolari, che sta ragionando in prima battuta su come bloccare il decreto (anti-costituzionalità compresa) ma in subordine anche sui modi per renderlo meno dirompente, in sede di dibattito parlamentare (non c’è un calendario, ma potrebbe approdare in commissione alla Camera a partire dalla prossima settimana).
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