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Banche popolari, bufera in Parlamento Ma in Piazza Affari è corsa agli acquisti

Boom in Borsa e bufera in Parlamento. Se sul mercato i titoli delle banche Popolari hanno registrato rialzi record, l’intervento sul credito che il premier Matteo Renzi ha annunciato venerdì e che riguarda anzitutto gli istituti cooperativi, ha sollevato scudi tecnici e soprattutto politici. Era inevitabile, almeno a giudicare dalla lunga storia di riforme sul settore annunciate e poi tramontate. Una «rivoluzione incompiuta e infinita». Basti pensare che il 13 ottobre 1987 l’allora vicepresidente dell’Abi, Francesco Parrillo, disse: «Per le Popolari si stringono i tempi della riforma». Ed è trascorso oltre un quarto di secolo. 
L’opposizione in Parlamento è stata trasversale. Nello stesso Pd Giuseppe Fioroni ha chiesto di «non cancellare la storia della finanza cattolica». L’Udc ha sollecitato a non «annullare la storia del cattolicesimo sociale». «No a blitz o decreti sulle Banche popolari», ha ammonito Barbara Saltamartini di Ncd. Forza Italia con Daniele Capezzone, Altero Matteoli, Renata Polverini e Maurizio Gasparri ha detto «no» a un decreto, invito che non sembra raccolto, e sollecitato alla «prudenza» sulle Popolari. E la Lega con Matteo Salvini ha riproposto le «barricate» contro «Renzi che cerca di mettere le mani sulle Popolari».
Più diplomatiche le reazioni delle associazioni di categoria. «Perplessità» sull’intervento ha espresso Ettore Caselli, presidente di Assopopolari. Mentre ha aperto a «contributi» Alessandro Azzi di Federcasse (che raccoglie Bcc e casse rurali).
Nonostante comunque proteste e obiezioni il provvedimento, con il decreto denominato «Investment compact» dove è stato inserito, sarà presentato oggi in Consiglio dei ministri. E conterrà misure su Popolari e Bcc con incentivi ad aggregazioni e quotazione in Borsa, e sulla portabilità dei conti correnti. Punti ai quali hanno lavorato fino a sera ieri nel vertice a Palazzo Chigi Renzi e i ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan e dello Sviluppo Federica Guidi. E che torneranno oggi anche nell’esecutivo dell’Abi al quale parteciperà il governatore Ignazio Visco.
Il «fulmine a ciel sereno», come in Piazza Affari è stato definito l’annuncio del premier, seguito da indiscrezioni su bozze che si indirizzavano all’abolizione del voto capitario, principio-cardine mella governance delle Popolari senza il quale, di fatto, diventerebbero società per azioni, ha fatto esplodere l’euforia sui titoli delle Popolari quotate. Bpm ha guadagnato il 14,89%, Ubi il 9,68%, Bper l’8,51%, il Banco Popolare l’8,33%, la Sondrio l’8,06% e il Creval il 9,63%. Rialzi record, accompagnati da stop tecnici, con scambi elevati. Ciò significa che il mercato punta sul fatto che sia «la volta buona», e cioè che la riforma si faccia davvero? In parte sì e in parte si tratta di una «opzione» spesa a fronte di prezzi in genere piuttosto contenuti. I report circolati hanno sottolineato che il provvedimento potrebbe aprire una stagione di fusioni fra le Popolari e alcuni hanno ipotizzato che fra gli obiettivi non secondari del governo sarebbe verosimile collocare operazioni destinate a coinvolgere le due banche «bocciate» dagli stress test della Bce: Montepaschi e Carige. E a questo proposito alcuni riflettori di Borsa si sono concentrati sul ruolo che, post provvedimento, potrebbero assumere i maggiori istituti cooperativi quotati, cioè Ubi e Banco Popolare: il primo capitalizza oggi circa 5 miliardi e il secondo oltre 3,5, ben più quindi di Siena (2,3 miliardi) e Carige (640 milioni). Valutazioni alle quali si affiancano però considerazioni sulle dimensioni: Mps è ben più grande per asset e «problemi» delle due big Popolari.
Al di là però delle società quotate (che insieme valgono in Piazza Affari la metà di Unicredit e quasi un terzo di Intesa Sanpaolo) un intervento su Popolari e Bcc, le piccole banche cooperative, riguarda un segmento importante del credito locale ma anche nazionale. Le 70 Banche popolari hanno circa 1,4 milioni di soci, 12,3 milioni di clienti, oltre 80 mila dipendenti, erogano 385 miliardi di impieghi per una quota di mercato pari a un quarto di quello italiano. Le 381 Bcc contano su oltre 1,2 milioni di soci, 37 mila dipendenti, detengono l’8% di quota di mercato e sono strettamente legate al territorio di riferimento.

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