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Banche più Fondazione Cariplo in Intesa

di Stefano Righi

La strada sembra segnata. Lo si è capito chiaramente giovedì scorso, 31 marzo, quando in Borsa i rumors indicavano con insistenza l’ormai prossimo varo degli aumenti di capitale delle due corazzate del credito italiano: Intesa e Unicredit. Sono ore decisive. Domani il primo verdetto, su Intesa Sanpaolo. Al termine delle riunioni dei consigli di sorveglianza e gestione che inizialmente dovevano solo varare il piano industriale del gruppo, si saprà se il ventilato aumento da 5 miliardi di euro vedrà o meno la luce a breve. Venerdì Ca’ de Sass non ha smentito le indiscrezioni di stampa. Il weekend è stato concitatissimo. Le parole del governatore Draghi alla riunione del Forex di Verona, poco più di un mese fa (vedi articolo a pagina 6, nda), non lasciano dubbi sulla direzione da seguire. E curiosamente, lunedì scorso, Giuseppe Guzzetti grande azionista di Intesa Sanpaolo attraverso la Fondazione Cariplo e custode dell’anima milanese della banca, si è detto pronto ad assecondare future operazioni sul capitale e anche ad aumentare il peso relativo della fondazione milanese. Siamo davanti solo a una sindrome da assedio, scatenata involontariamente dall’annunciato aumento di Ubi o c’è qualcosa di più? Mercato e osservatori non hanno dubbi. Il pressing Il segnale sulle piazze finanziarie è stato fortissimo. E le strade alternative a un aumento di capitale sembrano veramente ridotte. La necessità, peraltro, è dettata oltreché dalle raccomandazioni del governatore Draghi anche dal confronto con l’Europa. Gli istituti italiani, a differenza di molti competitors dei Paesi membri, non hanno usufruito di aiuti governativi in senso stretto. E oggi, a fronte di un attivo meno rischioso rispetto alle altre banche europee, con un leverage meno pronunciato, si trovano sottocapitalizzati nel confronto. E un po’ penalizzati dalla normativa, perché l’impianto strutturale delle norme di Basilea 3 attribuisce pesi diversi al coefficiente Tier 1 — pilastro centrale di tutta l’opera di riequilibrio del sistema bancario europeo — rispetto, ad esempio, al valore degli attivi, dove appunto le banche italiane potrebbero meglio difendere la loro solidità. Alternative difficili Soprattutto, la via delle alternative è estremamente stretta e tortuosa. Recentemente, all’idea di dismettere asset non strategici si sono opposte esigenze di sistema. L’ultima sul fronte del risparmio gestito, con Pioneer (gruppo Unicredit) ed Eurizon (Intesa Sanpaolo) da tempo potenzialmente in vendita. Ma come si fa a cedere il risparmio degli italiani, viene chiesto da più parti con qualche cedimento populista? Meglio fondere le due società, ma dall’unione nessuno avrebbe da ricavar denaro, anzi probabilmente una delle due parti dovrebbe contabilizzare una minusvalenza. A quel punto, è più opportuno fare nulla… Certo Intesa ha anche Fideuram potenzialmente collocabile, ma il momento premia il compratore, non il venditore. Il futuro è nebuloso. Le soluzioni alternative poche. Certo è che fare la banca di sistema in un momento come questo non appare per niente facile. L’Italia cresce a ritmi inferiori rispetto ad altre zone d’Europa, per non guardare altrove e le aziende votate al mercato interno soffrono in maniera particolare. Quando poi ci sono montagne di debiti, come nel caso della compagnia di assicurazione FondiariaSai, è legittimo chiedersi dove sia la strategicità dell’operazione di salvataggio. E più recentemente, sebbene partendo da altre prospettive di business , la chiamata alle armi dei colossi del credito italiano in difesa di Parmalat lascia sul tappeto interrogativi non banali sul vero ruolo di Intesa e Unicredit, sull’influenza della politica e sulla strategicità delle operazioni Sai e Parmalat che peraltro hanno profili di business , come detto, del tutto diversi. Scivoloni sul listino Rimane, profonda, la ferita inferta dai listini, giovedì scorso, ai due titoli in Borsa. E le cose venerdì 1 aprile non sono migliorate in modo significativo. Anzi. E Unicredit? In Piazza Cordusio sottolineano di essere «la banca commerciale italiana con il livello di Core Tier 1 più alto» , nello specifico L 8,58 per cento allo scorso dicembre. Dunque, nessun aumento all’orizzonte — peraltro sarebbe il terzo in meno di tre anni, entrata dei soci libici a parte, mentre Intesa Sanpaolo è ancora a quota zero — perché, come ha detto l’amministratore delegato Federico Ghizzoni il 23 marzo a Londra, davanti agli analisti della City, con gli attuali ratios patrimoniali «Unicredit sarebbe già oltre la soglia minima del 7 per cento di common equity prevista dagli accordi di Basilea 3» . Un livello di solidità patrimoniale «rassicurante» . Come ha confermato solo venerdì scorso anche il consigliere di Unicredit Manfred Bischoff. Nonostante questo, sia Intesa che Unicredit, sembrano due pugili finiti all’angolo. Devono uscirne rapidamente, perché il round è ancora lungo e l’arbitro ha già iniziato a contare.

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