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Banche e petrolio trainano le Borse

L’accenno di Nouy (Bce) su una proposta per eliminare i crediti deteriorati sostiene i titoli
Gli investitori credono che il tallone d’Achille delle banche europee – circa 900 miliardi di euro di crediti lordi deteriorati – sia in un certo qual modo sotto controllo. Soprattutto dopo le recenti dichiarazioni di Danièle Nouy, la presidente del Consiglio unico di sorveglianza della stessa Bce, secondo cui l’istituto di Francoforte sta lavorando a nuove proposte per accelerare la risoluzione del problema.
Si spiega così l’ulteriore balzo delle banche europee che ieri hanno guadagnato in media il 3,3% portando l’attivo settimanale a +7,3 per cento.
Si sono mosse molto bene anche le banche italiane con l’indice di settore che è salito del 3% (+6,8% settimanale) nel giorno in cui l’amministratore delegato di UniCredit (+2,4%) Federico Ghizzoni si è detto pronto a fare un passo indietro e nel giorno in cui i cda di Bpm (+8,2%) e Banco popolare (+8,7%) hanno approvato la fusione (il nuovo gruppo si chiamerà Banco Bpm).
Il clima positivo coinvolge anche le banche statunitensi, anche ieri acquistate a piene mani.
Il ragionamento di fondo degli investitori è semplice: se la Federal Reserve alzerà i tassi due volte nel 2016 (gli analisti credono che possa avvenire a luglio, e cioè una volta conosciuto l’esito del referendum britannico di giugno sul Brexit, e a dicembre, una volta archiviate le elezioni presidenziali negli Usa) per i margini delle banche, messi a dura prova dalla stagione dei tassi a zero, ci potrebbe essere più respiro. Peraltro la Fed difficilmente potrà continuare a temporeggiare (Goldman Sachs ha alzato le stime sul Pil Usa da +2,7% a +3%). Ma allora come mai gli acquisti hanno sì premiato in particolare il settore bancario ma anche settori ciclici come l’auto (+1,8% in Europa) e quindi tutte le principali Borse?
Gli investitori proseguono nel loro ragionamento: se la Fed è davvero pronta ad alzare i tassi vuol dire che le aspettative sull’andamento dell’economia globale sono migliori di quanto temuto a inizio anno (quando sui listini azionari globali si è scatenata una tempesta sull’ipotesi di una recessione globale). E questo spiega perché Wall Street – e a ruota le Borse europee (con Piazza Affari ieri a +1,6%) – stiano riprendendo vigore, paradossalmente in un contesto di imminente stretta monetaria che in teoria non gioca a vantaggio delle azioni, considerato che tassi in rialzo tendono a spostare la domanda sulle nuove obbligazioni che dovrebbero pagare cedole più alte.
A mettere altro buon umore ci ha poi pensato il petrolio che si è riavvicinato ai 50 dollari al barile (nonostante il dollaro abbia consolidato i rialzi delle ultime sedute con l’euro a 1,115) rivedendo i massimi degli ultimi sette mesi.
La stabilizzazione del greggio aiuta a fugare i timori di una recessione globale. La conferma del ritrovato appetito al rischio arriva anche dal sesto calo consecutivo dell’oro, sceso a 1,218 dollari l’oncia. Mentre sono proseguiti gli acquisti sui bond greci (con il decennale sceso al 7%) festeggiando l’accordo, dopo 11 ore di incontri, tra i ministri delle Finanze della zona euro per una nuova tranche di prestiti da 10,3 miliardi. Ma per Atene – che viaggia con un debito/Pil al 180% e un debito aggregato/Pil oltre il 300%, una deflazione dell’1,2%, una disoccupazione del 25% e una recessione dell’1,2% – la strada della rinascita sembra lontanissima. Se non impossibile.

Vito Lops

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