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Banche, pesa la «durata» dei BTp

di Mara Monti

In momenti di incertezza il mercato chiede informazioni precise sulla qualità delle società in cui investe. Prescindendo dalla riservatezza dei dati sensibili dei bilanci, la mancanza di una chiarezza spinge a scegliere sulla base di indicazioni incomplete. Ed è quello che sta succedendo ai titoli bancari presi di mira dalla speculazione per l'esposizione ai titoli governativi dei loro bilanci. Un andamento anomalo che dura da giorni tanto che in una settimana titoli come UniCredit hanno perso a Piazza Affari il 14,72%, Intesa Sanpaolo il 17,2%, Monte dei Paschi il 12,8 per cento, solo per citare alcuni casi.

L'accanimento degli investitori contro gli istituti di credito italiani è un segnale di come il mercato percepisce il rischio delle banche su livelli non troppo superiori a quello del debito pubblico italiano, dovendo sommare alle criticità endogene, le difficoltà del sistema Paese.

Difesi dal premier Silvio Berlusconi, che nel suo discorso di mercoledì alla Camera aveva detto: «Abbiamo fondamentali economici solidi, le nostre banche sono liquide, solvibili e hanno superato agevolmente gli stress test», gli istituti di credito hanno continuato a registrare ribassi anche ieri. La seduta era iniziata con segnali rialzisti con il Monte dei Paschi di Siena che in apertura guadagnava il 4,06%, Bpm il 3,36%, Intesa Sanpaolo il 2,7%, il Banco Popolare il 2,5% e UniCredit il 2,09 per cento. Passata un'ora, la corsa è rallentata per passare in negativo poco dopo, peggiorando nel pomeriggio dopo le parole del presidente della Bce Jean-Claude Trichet. In chiusura, UniCredit ha lasciato sul terreno il 7,06%, nonostante i positivi risultati semestrali, Intesa Sanpaolo il 2,48% (oggi l'istituto tiene il cda sui risultati dei primi sei mesi), Monte dei Paschi il 4,06%, Banco popolare il 5 per cento. L'unica a chiudere in parità è stata Mediobanca.

Che cosa sta facendo saltare i riferimenti degli analisti facendo piombare ancora una volta il comparto bancario? L'incertezza che al momento gli investitori non sono in grado di valutare è la duration dei titoli governativi presenti nei portafogli delle banche. Un'informazione sensibile che le banche si guardano bene dal rendere pubblica, ma che sta condizionando le scelte degli investitori. La rischiosità di un portafoglio dipedne anche dalla vita residua dei titoli in portafoglio, in quanto ne misura la sensibilità al variare dei tassi di interesse: all'aumentare della duration, ne aumenta la volatilità e quindi il rischio di oscillazione del prezzo dell'obbligazione.

C'è poi l'aspetto dell'impatto sul conto economico, superiore se la vita residua dei titoli in portafoglio è di breve durata, meno se a lungo termine. Questo perché prendendo il caso dell'Italia, il rischio default va a impattare direttamente sui rendimenti dei titoli e quindi su una loro eventuale solvibilità: secondo gli operatori, questa informazione condiziona la valutazione del rischio dei titoli bancari, prescindono dai fondamentali dei singoli istituti.

A queste condizioni, per le banche italiane il funding diventa sempre più costoso: andare sul mercato vuol dire pagare un costo molto oneroso, impensabile fino a qualche settimana fa. Anche per questo motivo, il discorso del presidente della Bce era atteso con ansia dalle banche italiane, perché i segnali di un intervento sui titoli di Stato, aspettando che diventi operativo il fondo europeo Efsf, non può che rappresentare una boccata di ossigeno per gli istituti di credito. Il segnale però non è stato chiaro e anche per questo le banche ieri hanno pagato lo scotto.

 

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