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Banche, per le sofferenze pronto il piano del Governo

Prima il pacchetto-fallimentare, che è definito nelle sue linee fondamentali e aspetta solo il via libera del ministero della Giustizia sugli aspetti che lo riguardano. Poi l’allineamento con il resto d’Europa sulla deducibilità delle perdite sui crediti. Infine ma non ultima, la tanto agognata bad bank, sempre che si trovi il modo di congegnarla senza che la Commissione europea la consideri aiuto di Stato (obbligando chi ne fa uso a passare per banca in fase di restrutturazione, con tutto ciò che ne consegue in tema di compliace).
Il piano del Governo in materia di non performing loans è pronto. E secondo quanto emerge da fonti bancarie, ormai sarebbe solo questione di giorni: anzi, è possibile che in settimana veda la luce nella sua prima parte, che è quella legata al recupero dei crediti. La notizia, anticipata da Il Sole 24 Ore il 5 maggio scorso, ieri è stata confermata dal capo della segreteria tecnica del Mef, Fabrizio Pagani: «L’obiettivo è ridurre in maniera sostanziale i tempi», ha spiegato ieri a margine di un convegno Consob. 

In effetti, secondo quanto risulta, insieme ai funzionari della Giustizia, sarebbe stato individuato un pacchetto di norme che dovrebbero consentire di semplificare l’iter per poter disporre dei beni posti a garanzia dei crediti. Oggi le procedure sono lunghe e dall’esito spesso incerto, contribuendo così a deprezzare il valore degli asset, cioè il prezzo che gli operatori specializzati sono disposti a pagare per acquistare i crediti deteriorati dalle banche: con la riforma – è la posizione del Mef, condivisa dalle banche – potrebbe arrivare una spinta significativa, aiutando gli istituti ad alleggerire parte di quei 190 miliardi di sofferenze lorde toccate a fine marzo.
Proprio ieri il Fondo monetario internazionale, che da tempo ha individuato negli Npl la più grave delle cause della ripresa lenta italiana, è tornato a ribadire il concetto, sottolineando che quella dei crediti i n sofferenza sta «diventando una questione di importanza sistemica», vera ragione per cui «i prestiti alle Pmi continuano a essere scarsi e costosi».
L’invito dell’Fmi è ad azioni che «rafforzino i bilanci delle banche e delle imprese» liberando «risorse per nuovi prestiti a imprese e settori produttivi». In particolare, il Fondo sollecita a definire «limiti di tempo per le svalutazioni delle sofferenze incoraggiando le banche ad affrontare il problema in tempi più rapidi e riducendo lo stock di sofferenze». La riforma delle norme relative al recupero dei crediti è a costo zero per lo Stato, e per questo motivo si trova in cima alla lista del piano predisposto dal Governo, considerato da quasi tutti i banchieri necessario anche per accendere quella fase di M&A che tutti si aspettano dall’approvazione della riforma delle popolari (e dalla crisi Mps) ma che stenta a decollare.
Secondo in ordine di tempo, dovrebbe arrivare l’allineamento al resto d’Europa della deducibilità delle perdite sui crediti: in Italia è di cinque anni, fuori è di uno solo, ma in compenso le banche di casa nostra possono mettere a bilancio quel che non si è ancora dedotto sottoforma di crediti d’imposta, una misura che secondo la Commissione europea “puzza” di aiuto di Stato. Di qui il progetto dell’Esecutivo di abbassare i tempi a un solo anno, iniziativa costosa per lo Stato (comporterebbe mancati introiti fiscali per oltre 5 miliardi), che tuttavia abbatterebbe miliardi di crediti d’imposta e per di più spingerebbe le banche a ulteriori svalutazioni. «Il tema dell’ammortamento fiscale delle svalutazioni dei crediti è un tema a parte», ha detto al riguardo ieri Pagani. Secondo quanto risulta, sull’argomento sono in corso discussioni serrate con la Commissione europea, visto che c’è da trovare una soluzione sostenibile per il bilancio dello Stato ma che al tempo stesso scongiuri definitivamente il rischio di un intervento dell’Antitrust europeo sui Dta, cioè i crediti d’imposta, oggi parte integrante (e significativa) del capitale delle banche.
Nei giorni scorsi si era ipotizzata anche la via del decreto, ma – complice la sentenza della Consulta, che ha riaperto il capitolo pensioni – il tema coperture è diventato prioritario. Un dato, però, è certo: con il varo delle prime due azioni, per la terza, che è la bad bank, la strada potrebbe essere in discesa. Con la riforma della legge fallimentare e l’allineamento della deducibilità delle perdite sui crediti, si ragiona al Mef, le garanzie pubbliche necessarie ad avvicinare domanda e offerta potrebbero anche non servire.
Anche qui, però, è decisivo il parere di Bruxelles. Dove i tecnici del Mef sono attesi a giorni. Domani, intanto, si farà il punto all’Esecutivo Abi, dove verrà anche riportato l’esito dell’incontro avuto dal comitato di Presidenza il 20 aprile 2015 con Danièle Nouy, chairman del Single supervisory board della Bce. Un incontro in cui si è parlato, non a caso, di Dta e bad bank.

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