Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Banche, moratoria ai Piccoli se crescono e si aggregano

di Dario Di Vico

Il termine è per addetti ai lavori, «moratoria» , ma nella risposta italiana alla Grande Crisi il provvedimento deciso nell’agosto del 2009 rappresenta una pietra miliare. Non fosse stato varato avremmo contato a centinaia i Piccoli morti e feriti, le aziende dell’artigianato e del commercio buttate fuori mercato. E invece in virtù di un accordo con la stragrande maggioranza del sistema bancario è stato possibile per 180 mila imprese prorogare il pagamento dei mutui e dei debiti. Una boccata d’ossigeno che è coincisa con un’importante novità per il mondo delle Pmi. Invece di un tradizionale accordo triangolare (governo-Abi-Confindustria), in quell’agosto turbolento il tavolo fu allargato ed entrarono in gioco le organizzazioni del patto di Capranica (che solo successivamente avrebbero dato vita a Rete Imprese Italia). Ma adesso siamo arrivati al capolinea: il prossimo 31 gennaio quell’intesa scade e bisognerà rimpiazzarla con un altro provvedimento. Forse anche con un’altra idea. Le banche e le imprese sono però così coscienti del ruolo ricoperto dalla moratoria che non hanno aspettato l’ultimo momento e da settimane un gruppo di sherpa sta arrovellandosi e consultandosi su cosa fare. Fortunatamente la situazione è un po’ diversa dall’estate 2009. Allora era emergenza piena, non si sapeva nemmeno se le aziende avrebbero riaperto i battenti dopo le ferie al mare, le parole che circolavano con maggior frequenza erano crollo ed emergenza. Il drastico taglio dei fatturati, effetto della crisi della domanda internazionale, aveva prodotto nelle Pmi una drammatica crisi di liquidità. Erano saltati persino i pagamenti tra azienda e azienda ed essendo i crediti commerciali alla fine la voce principale dello stato patrimoniale dei Piccoli, il collasso sembrava vicino. Oggi siamo nel gennaio 2011, non c’è stata la Ripresa con la maiuscola ma comunque siamo in una fase diversa dalla pura emergenza. Una ripartenza dell’attività si è comunque intravista anche se è rimasta plafonata a livelli strutturalmente più bassi. In soldoni se nel 2008 si viaggiava con ricavi a quota 100, oggi siamo atterrati ruvidamente attorno a 70-80. Gli ordini sono discontinui e comunque non sufficientemente rassicuranti per poter garantire una ripresa ordinata dei flussi finanziari, le entrate necessarie per pagare i costi di funzionamento però ci sono. Se solo si stacca l’occhio dai resoconti di giornata si arriva alla conclusione che il futuro, se non buio, è comunque grigio. L’export è ripartito con buone fiammate ma per i Piccoli insediarsi stabilmente sui mercati emergenti è un rebus. Non ci sono per ora «i binari» , un sistema oliato che possa veicolare vendite sicure in Cina, in India o in Brasile. E quanto al mercato interno è chiaro che grandi novità alle porte non ci sono. I redditi sono stagnanti, i consumi idem e il provvedimento che potrebbe mettere in circolo liquidità, la tanto attesa riforma fiscale, non è certo sulla rampa di lancio. E nessuno se la sente di ipotizzare una road map. In questa situazione, in cui l’emergenza è alle spalle ma si vive in una condizione di mercato di grande incertezza, cosa possono utilmente negoziare il sistema del credito e quello delle imprese? Intanto c’è da registrare come da parte dei principali soggetti in campo dall’Abi alla Confindustria passando per Rete Imprese Italia (sotto lo sguardo attento del ministero dell’Economia), ci sia la volontà di fare qualcosa di nuovo, qualcosa che non assomigli alla vecchia moratoria ma abbia l’ambizione di una sorta di patto per la crescita. Ci sono tra i soggetti in campo una sufficiente condivisione dell’analisi economica e anche l’intenzione di non nascondersi i problemi. E’ evidente come dal versante bancario venga monitorato con qualche preoccupazione il trend delle sofferenze e quindi si sia portati ad affrontarlo per tempo prima che, proprio a causa di una ripresa claudicante, dovesse manifestarsi con forza. Dal versante delle imprese ci si rende conto della necessità di un cambio di passo e non si vuole perdere quest’occasione. Per traghettare dalle buone intenzioni ai fatti gli sherpa si sono trovati davanti a un bivio: prendiamo in considerazione solo le 180 mila aziende che hanno usufruito della moratoria 2009 oppure ci diamo un obiettivo più ambizioso e allarghiamo il perimetro fino a comprendere i 4 milioni di Piccoli che compongono la famosa spina dorsale del sistema produttivo? La domanda è cruciale perché presuppone il superamento del cosiddetto doppio standard, in virtù del quale le grandi aziende indebitate hanno sempre trovato in banca tappeti rossi e orecchie attente mentre i Piccoli erano costretti a fare la coda. Da qui l’idea dell’Abi di mettere a punto uno strumento nuovo per una fase nuova e valido, almeno in teoria, per allungare le scadenze di debito di 4 milioni di Pmi. Ma se si cambia così drasticamente l’universo di riferimento la garanzia statale diventa decisiva e l’attuale Fondo si rivela immediatamente inadeguato. Per avere qualche parametro basta pensare che la moratoria 2009 ha preso in esame alla fine un monte-debiti pari a 54 miliardi di euro, che costituisce però solo un sesto dei mutui accesi dalle Pmi con il sistema bancario. Proprio perché si muoveva in un ambito tutto sommato limitato la moratoria ha funzionato senza esborso da parte dello Stato ma se si allarga la platea dei beneficiari è evidente che presto o tardi Roma viene chiamata in causa. In parallelo all’ipotesi di una moratoria-bis di taglia extralarge e in previsione di un aumento dei tassi di interesse l’Abi ha anche pensato a un rilancio degli strumenti di copertura del rischio, i famosi derivati. Questa riflessione vista dall’angolo delle piccole imprese contiene rischi ed opportunità. I Piccoli hanno una radicata idiosincrasia verso gli strumenti di finanza aziendale e quindi il «no ai derivati» è stato immediato, se non altro per le cicatrici che hanno lasciato. Meglio dunque ipotizzare non un’unica soluzione ma due differenti. Per le 180 mila imprese della vecchia moratoria si tratterebbe di aggiornare lo spartito e il timing rimanendo sostanzialmente nei limiti di quanto già fatto. Invece per l’universo dei 4 milioni di Pmi si tratta di mettere a punto un patto banca-impresa che abbia l’effetto di produrre comportamenti innovativi da parte dei Piccoli ovvero stimolarli ad aggregarsi, a internazionalizzarsi, a migliorare la loro cultura industriale. E’ chiaro che non tutti i 4 milioni lo faranno o sono nelle condizioni di doverlo fare, ma la selezione che si produrrà premierà i più disponibili al cambiamento. Vasto programma, viene da dire, ma siccome con questi chiari di luna (politici) è assai difficile che possa nascere dall’alto un programma per le Pmi, tanto vale provare dal basso a incrociare una nuova politica del credito con un’evoluzione dei comportamenti delle piccole aziende. L’arco delle questioni che possono essere interessate da un criterio di questo tipo è ampio e riguarda il sistema delle garanzie, la patrimonializzazione, gli incentivi alla crescita dimensionale fino al ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione. Un passaggio qualificante di quest’ipotetico patto per lo sviluppo è quello di una partnership tra le associazioni di categoria e il sistema bancario per migliorare il rating dei Piccoli, il cosiddetto merito di credito. Per una banca conoscere in profondità lo stato di salute di una piccola azienda è un’operazione lunga e costosa, se invece questo gap informativo viene colmato da una rapporto costante con le associazioni e i Confidi, le banche possono conoscere di volta in volta meglio le esigenze dei clienti, le particolarità dei territori e nel contempo mettere a punto i prodotti più congeniali. La partnership è propedeutica ad affrontare il tema della crescita dimensionale dei Piccoli (se non ora, quando?), del rafforzamento delle competenze interne alle aziende e dell’internazionalizzazione. Vista la funzione trainante che ancora una volta l’export sta esercitando sul sistema produttivo italiano le filiere di fornitura sono stimolate a seguire la proiezione delle grandi aziende sui mercati Bric. Per farlo — e molto spesso ciò vuol dire persino aprire una fabbrica in India— è evidente che le Pmi fornitrici si devono mettere in rete, tagliare i costi, valorizzare il mix di competenze e chiedere al sistema bancario risorse per lo sviluppo. Devono passare, dunque, dalla logica della relazione totalizzante con il commercialista che-tutto-sa-e-tutto-governa a un rapporto più trasparente con il credito che sarebbe reso sicuramente più proficuo da un parallelo rafforzamento patrimoniale delle Pmi. Ma è credibile che partendo dalla scadenza della moratoria dell’emergenza si finisca per partorire una sorta di politica industriale dal basso? Banche e Piccoli ci stanno provando mostrando lungimiranza e solo per questo i loro tentativi meriterebbero il successo. 

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Via libera agli indennizzi per i risparmiatori truffati dalle banche: ieri, il ministro dell’Econo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Quaranta giorni per salvare Alitalia prima che si esauriscano le risorse residue del prestito ponte ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La crisi di governo fa subito vacillare il precario equilibrio della finanza pubblica italiana e apr...

Oggi sulla stampa