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Banche, mina scadenze fiscali da 70 miliardi

Inizia un dicembre molto delicato per la liquidità delle banche italiane più fragili: che per non fare nomi nuovi sono Monte dei Paschi, le ex popolari di Vicenza e Veneto Banca, le quattro “good bank” e le Casse di Cesena e Rimini; tutte chi più chi meno con piani di salvataggio in corso.
Detto che la liquidità è quasi sempre la vera e sola ragione per cui una banca chiude bottega (alle carenze patrimoniali ci sono vari rimedi, ben pochi invece quando i flussi si asciugano per mancanza di fiducia dei depositanti), ci sono un fattore stagionale e uno contingente che in queste ore mettono sul chi vive alcuni banchieri e la vigilanza. Il motivo stagionale sono i “riversamenti fiscali”: novembre e dicembre sono i mesi in cui più alti sono i deflussi dai conti correnti per onorare le scadenze fiscali. Tra Iva, acconti Irpef, Irap, Ires, addizionali Irpef e ritenute di imposta la Cgia di Mestre ha stimato che l’erario incasserà 55,3 miliardi di euro solo a novembre; nel mese che inizia invece la prima voce è rappresentata dalle tasse sulla casa, che con il saldo di Tasi e Imu l’anno scorso hanno portato al fisco 13 miliardi. Una cifra di circa 70 miliardi che generalmente aziende e privati ritirano dai loro depositi: ma in questi giorni ci sono banchieri che vedono i denari per il fisco involarsi dagli istituti considerati più fragili, salvo poi non essere ricostituiti.
A Siena, Vicenza, Montebelluna e altrove nessuno ha voglia di parlare di liquidità: un vero tabù nel mondo bancario, specie nelle fasi calde. Basta guardare le politiche commerciali di questi istituti per capire che da mesi tengono a bada il rischio liquidità strapagando la raccolta. Così è per le quattro good banks e Widiba (Mps), mentre Vicenza ha anche aumentato repo, cartolarizzazioni e consegna di crediti presso la Bce in cambio di contanti. Dietro le quinte i movimenti degli ultimi giorni, pure rilevanti, non destano particolare preoccupazione, e non hanno alterato né l’eccesso di liquidità del sistema monetario italiano – attorno ai 1.150 miliardi oggi – né i tassi a brevissimo, incollati sul minimo stabilito dalla Bce per il parcheggio notturno di fondi (-0,40%). E qui veniamo al secondo fattore, contingente. La liquidità nel sistema sale perché l’esito del referendum di domenica è considerato un bivio tra la turbolenza e stabilità. Nelle analisi, ormai giornaliere, dei flussi che le banche più esposte ai rischi di liquidità compiono, si notano i denti di sega legati ai riversamenti fiscali, ma ciò che preoccupa è come fronteggiare l’eventuale choc sui mercati che la vittoria del no e la caduta del governo dovrebbero produrre. Si mormora che in tutte le banche fragili siano da tempo predisposti piani di emergenza: il problema è che questi dipendono dalla «stabilità finanziaria del sistema» ossia da uno spread sul Btp, un rating paese e un mercato interbancario sotto controllo e funzionanti. Da lunedì le cose potrebbero mettersi diversamente: cosa sarebbe di quei piani? Nessun banchiere cita la famigerata Ela, la linea urgente di liquidità curata dalla Bce che per mesi ha puntellato le banche greche; da capire se per scaramanzia o perché l’ipotesi è troppo remota.
Dove si lotta con più furore è a Siena, dove una squadra di banche d’affari cerca di convincere gli obbligazionisti subordinati a consegnare almeno un miliardo dei 4,2 cui sono offerte in cambio azioni fino a venerdì. L’azione, sempre irrequieta, ieri ha recuperato un 17,46% tornando a 20,25 euro. Oggi il cda Mps deciderà se estendere la conversione anche al bond Fresh 2008 da un miliardo, che farebbe crescere le nuove azioni e ridurre l’aumento sul mercato.

Andrea Greco

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