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Banche, mattoni e debito: quel filo rosso che lega i rischi dei Paesi europei

di Morya Longo

Disse il Fondo monetario: le banche irlandesi «hanno prospettive positive». Era il 2006. Scrisse Standard & Poor's: Anglo Irish Bank è «un'istituzione sicura e solida». Era il 2007. E la società di consulenza Oliver Wyman, nello stesso anno, indicò la banca irlandese come istituzione finanziaria «con le migliori performance» al mondo. Sono passati pochi anni, ma Anglo Irish Bank dopo due salvataggi da parte dello stato è oggi sull'orlo del crack. E l'intero sistema bancario irlandese è praticamente al collasso. Il "baco" stava proprio in quelle grandiose performance delle banche: era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo vedeva. Il problema è che lo stesso "baco" ha trovato terreno fertile anche in altri Paesi europei. Il Portogallo sembra la fotocopia dell'Irlanda, anche se ancora non ha vissuto una crisi bancaria vera. La Spagna è un po' meglio, ma non più di tanto. Anche Danimarca e Gran Bretagna hanno settori bancari gonfiati. In altri Paesi, invece, il "baco" non è arrivato dalle banche ma dai conti pubblici: è il caso della Grecia. E, seppur in termini inferiori, di Italia e Belgio.

Per capire dove stiano i maggiori rischi, «Il Sole 24 Ore» ha avuto accesso in esclusiva ad alcuni dei dati elaborati da Bain & Company. Non si tratta di dati teorici, ma operativi: la società di consulenza ha infatti lavorato per il salvataggio di Anglo Irish Bank, di Northern Rock e di Dexia, per cui ha toccato con mano i veri problemi delle banche e degli Stati in crisi. È riuscita dunque a capire quali siano i fattori di rischio e, andando in giro per l'Europa, ha paragonato l'Irlanda ad altri Paesi. Questi stessi dati, che parzialmente «Il Sole 24 Ore» può pubblicare, ora sono in mano a governi e banche centrali di molti Stati, a partire dal Portogallo. Governi che ora si trovano di fronte a un dilemma: salvare ancora le banche, oppure salvare i conti pubblici? La coperta, ormai, è corta.

La tana del "baco": Irlanda

È il caso dell'Irlanda. Qui il problema è nato dal mercato immobiliare, cresciuto dal 2000 al 2007 ben 2,1 volte più velocemente del Pil. Nello stesso periodo le banche hanno raddoppiato l'esposizione sul settore immobiliare: il credito al settore privato è passato dal 111% del Pil del 2001 al 217% del 2008. È questo che ha ingigantito la leva: il rapporto tra portafoglio crediti e i depositi, per l'intero sistema bancario, è infatti arrivato al 215%. Troppo: si pensi che il Fondo monetario considera come limite massimo sostenibile il 110%. Dall'altra parte della medaglia, mentre le banche gonfiavano i bilanci, le famiglie gonfiavano i debiti: nel 2008 il valore delle case era così 11 volte più elevato del reddito disponibile.

Questo, nel 2007, ha prodotto un vero e proprio vortice. Il mercato immobiliare ha iniziato a calare, dunque le banche e le famiglie hanno iniziato a incassare perdite. Così il sistema bancario è caduto in un deficit di capitale e lo Stato è dovuto intervenire con clamorose nazionalizzazioni. Ma questo non ha ridato fiducia e non ha bloccato la fuga di capitali: il credito sul mercato interbancario si è rarefatto e ben presto è iniziata l'emorragia di depositi. Questo ha costretto le banche a vendere gli immobili pignorati alle famiglie e, di conseguenza, ha abbassato ulteriormente il prezzo delle case. Facendo riavvitare lo stesso vortice: capitale insufficiente per coprire le perdite e liquidità sempre più rarefatta. Dal 2007 il valore degli immobili commerciali in Irlanda è crollato del 60% e quello delle case residenziali del 34%. Più i valori scendono, più la spirale si avvita. Ormai lo Stato non ce la fa più a salvare le banche: così, sul mercato, in tanti scommettono che Anglo Irish sarà costretta a dichiarare il default.

Il "baco" in Europa

Quello che è successo in Irlanda potrebbe accadere in Portogallo. Il mercato immobiliare, tra il 2000 e il 2007, è cresciuto anche qui due volte più velocemente del Pil. Le banche hanno dunque un portafoglio di crediti pari al 154% dei depositi. La crisi non ha ancora "morso" veramente – sebbene lo Stato abbia già chiesto aiuti – perché il prezzo delle case non è ancora calato in maniera vertiginosa. Ma probabilmente è tenuto elevato dal fatto che le banche ancora non sono state costrette a vendere gli immobili pignorati. Purtroppo i primi segnali di cedimento ci sono: sul mercato interbancario gli istituti hanno già perso il 15% di finanziamenti. I depositi della clientela ancora tengono, ma anche in Irlanda hanno iniziato a calare solo 18 mesi dopo la frenata del mercato interbancario. Dunque: la fuga della clientela retail potrebbe ancora arrivare. Questo avviterebbe una spirale simile a quella irlandese, con prezzi delle case – stima Bain – che potrebbero scendere del 33% dai massimi.

La Spagna è solo un po' meglio. Il mercato immobiliare è cresciuto, rispetto al Pil, più che in Irlanda: Bain stima dunque che possa ora crollare del 38%. La bolla del mattone c'è. Però le banche sono mediamente più equilibrate di quelle irlandesi: il rapporto tra portafoglio crediti e depositi è solo al 114%. Il problema è che le banche spagnole stanno già perdendo fonti di finanziamento sul mercato interbancario: il calo della raccolta, su questo fronte, è stato nell'ultimo anno del 6%. Se si rispettasse il trend irlandese, il vortice arriverebbe anche qui. In Spagna. Il rischio, insomma, c'è. Soprattutto per le banche piccole, che già hanno dovuto ricapitalizzarsi.

E non è finita. Ci sono infatti altri sistemi bancari che sono arrivati alla crisi del 2008 molto sbilanciati. Per esempio in Svezia, Danimarca e Norvegia: il rapporto tra crediti e depositi è, rispettivamente, del 283%, del 259% e del 250%. Allarme rosso.

Grecia e Italia

Ci sono poi paesi dove la crisi non è arrivata dalla bolla immobiliare, ma dai conti pubblici. Il caso di scuola è la Grecia. Il Paese ellenico aveva un debito pubblico del 120% del Pil nel 2008 e tende al 150%. Il sistema bancario era sano (il rapporto tra crediti e depositi resta intorno al 100%), ma l'esplosione del debito e del deficit pubblico ha messo in ginocchio l'intero paese. Anche il sistema bancario, bersagliato ora da una fuga di capitali e di depositi simile a quella irlandese. Morale: l'intero paese è ora praticamente in default e il sistema bancario non può più trovare finanziamenti sul mercato.

Prendendo i confronti con le pinze e le dovute cautele, questo è lo stesso rischio che corre il sistema bancario italiano. Anche qui gli istituzioni creditizie sono sane. La crescita del mercato immobiliare è stata in linea con quella del Pil. Il totale crediti ammonta al 133% dei depositi. Nulla di sproporzionato, insomma. Il problema per le banche italiane è il costo dei finanziamenti: a causa del rischio-Paese, pagano sempre di più per reperire risorse. Nulla di preoccupante, per ora. Ma se il rating dell'Italia dovesse essere declassato, come S&P minaccia, allora i problemi potrebbero aumentare. Un motivo per intervenire. Subito.

 

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