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«Banche, l’Europa tutelerà la stabilità finanziaria»

Jonathan Hill ha un passato di deputato e di imprenditore inglese. Ex presidente della Camera dei Lords, 54 anni, è uomo vicino al premier conservatore David Cameron. Oggi è commissario ai servizi finanziari. Al momento delle audizioni parlamentari nell’autunno scorso, fu costretto a un doppio esame dall’assemblea di Strasburgo. Molti deputati hanno storto la bocca per i suoi rapporti con il mondo finanziario. In questa intervista a cinque giornali europei, a margine di una riunione dei ministri delle Finanze dell’Unione europea a Riga, prende posizione tra le altre cose su un dossier che sta molto a cuore all’Italia: il modo in cui i crediti d’imposta sono considerati nel capitale delle banche. Bruxelles teme che i deferred tax assets siano aiuti di stato illegittimi. Su questo fronte, Hill sottolinea la necessità di non mettere a rischio la stabilità finanziaria, e nei fatti si dimostra sensibile agli argomenti italiani nel negoziato con la Commissione.
Come intende interpretare il suo lavoro di commissario ai servizi finanziari?
Dobbiamo guardare al contesto. Negli ultimi anni la Commissione è stata chiamata a rispondere alla sfida della crisi finanziaria, e si è quindi concentrata sulla regolamentazione dei mercati. Oggi la sfida è la crescita e l’occupazione. Il mio obiettivo è di aiutare il rilancio dell’economia, basandoci su una regolamentazione sostenibile. Vogliamo legiferare meno che in passato. Non è un caso se nel 2015 abbiamo presentato un quinto delle proposte annunciate in passato dalla Commissione.

Significa che intende deregolamentare nel settore finanziario?
No. Il lavoro di regolamentazione compiuto finora è stata giusto e necessario. Il sistema finanziario è più forte e meglio capitalizzato. Voglio guardare alle regole con distacco, per capire se hanno avuto l’effetto desiderato. Per definizione, le regole una volta adottate vanno osservate nella pratica per capire come stanno funzionando. Più in generale, voglio che troviamo un giusto equilibrio tra la gestione dei rischi e l’aiuto alla crescita.
La Commissione sta studiando come l’Italia e altri paesi stiano regolamentando i crediti d’imposta nei bilanci bancari. C’è il timore che le regole possano nascondere surrettizi aiuti di stato. Che impressione ha del tema?
Siamo ancora in una fase preliminare. La questione è prerogativa del commissario alla concorrenza Margrethe Vestager, ma in un contesto più ampio il tema riguarda anche la stabilità finanziaria, per cui io e tutto il collegio abbiamo un interesse. Questo aspetto è certamente da prendere in considerazione nel valutare il dossier.
Perché vede rischi per la stabilità finanziaria?
Perché se si decidessero cambiamenti al modo in cui le banche considerano i crediti d’imposta, vi sarebbero modifiche al capitale degli istituti di credito. Dobbiamo valutare per bene gli effetti.
Che ruolo ha l’unione dei mercati dei capitali che ha presentato a grandi linee in marzo?
Il mio obiettivo in questo caso è di promuovere l’investimento in Europa attraverso una maggiore integrazione dei mercati. Mettere il risparmio a disposizione della crescita. Uno dei campi che vogliamo semplificare è quello dei prospetti di borsa: la direttiva negli anni è diventata molto lunga e molto costosa. Più in generale, vogliamo legiferare meno, ma imporre quanto abbiamo deciso di legiferare, il tutto in un contesto globale nel quale dobbiamo tenere conto delle specificità europee.
Tra gli obiettivi c’è anche il desiderio di rilanciare le cartolarizzazioni. 
Sì. Dobbiamo tornare a livelli ragionevoli. Vogliamo introdurre maggiore trasparenza. Non si tratta di deregolamentare. Si tratta di incentivare la cartolarizzazione semplice e trasparente.
Entro il 2016, la Commissione deve decidere come legiferare sulla capacità di leva finanziaria delle banche (in inglese, leverage ratio, ndr). Pensa di introdurre limiti obbligatori?
Non ho ancora una risposta chiara da darle oggi. Sono dell’avviso che dobbiamo sviluppare il principio di proporzionalità, e trattare le banche in modo diverso, a seconda se siano pubbliche, private, grandi, piccole, cooperative.
Significa forse che il limite di leva finanziaria potrebbe essere obbligatorio solo per le banche grandi, quelle sistemiche?
A questo stadio mi limito a dire che sono pronto ad avere un approccio differenziato.
Una ultima domanda: Lei ha deciso di sostenere la proposta della Commissione precedente su una riforma della struttura delle banche. Questa prevede tra le altre cose per le grandi banche il divieto di proprietary trading (contrattazione per conto proprio). Il Consiglio vorrebbe eliminare questo aspetto.
In generale, credo che vi siano ancora oggi banche troppo grandi per essere salvate. La questione continua quindi a porsi. Trovare un modo per ridurre i rischi è la cosa giusta da fare. In questo contesto, mi sembra vi sia sostegno in Parlamento per un divieto alle contrattatazioni per conto proprio, e credo sia giusto che continui a perseguire questo obiettivo. Si tratta di trovare la giusta e limitata definizione del concetto.

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