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Banche, l’Europa taglia gli sportelli: in 10 anni 470mila dipendenti in meno

Le banche cinesi restano saldamente al comando della classifica mondiale per dimensioni, ma sono un universo a sé. Nel confronto tra banche occidentali, invece, quelle Usa tornano a staccare le europee. Dalla ricognizione di R&S-Mediobanca sui colossi mondiali del credito emerge anche, in particolare, il ridimensionamento delle banche europee sul fronte degli sportelli e degli organici.

La classifica

Le banche cinesi occupano sempre quattro posizioni tra le prime cinque per totale dell’attivo. In testa Icb of China (3.517 miliardi di euro di totale attivo) che condivide il podio con le connazionali Agricultural Bank of China (seconda con 2.871 miliardi) e China Construction Bank (2.856 miliardi). Quarta la banca americana JP Morgan Chase (2.703 miliardi). La prima delle europee, all’ottavo posto, è Bnp-Paribas (2.276 miliardi), che supera Hsbc (2.275 miliardi). Scivolano di quattro posizioni le italiane, al 26-esimo posto UniCredit (848 miliardi) e al 29-esimo Intesa-SanPaolo (817 miliardi).

Il confronto Europa-Usa

Se il 2018 è stato un anno complessivamente positivo per le banche sulle due sponde dell’Atlantico, i numeri sono però nettamente a favore delle americane. I ricavi dei big del settore sono infatti aumentati dello 0,9% in Europa e 4% negli Usa, dove in particolare la crescita del margine d’interesse è stata del 5,1%, grazie anche ai quattro aumenti dei tassi, da un quarto di punto ciascuno, disposti nell’anno dalla Fed. Andamento divergente sul fronte delle commissioni nette – seconda voce di entrate – con un aumento dell’1,7% per gli istituti Usa e un calo dello 0,3% per quelli del Vecchio continente.

Non c’è storia sull’ultima riga del conto economico, con utili netti balzati del 63,5% negli Usa rispetto al +18% in Europa. La redditività è al massimo del decennio per i colossi americani: vantano un Roe del 12,6% che si confronta con il 7% della media europea. Gli oneri legati alla riforma fiscale Usa del 2017 sono venuti meno per tutti, ma è rimasta la riduzione della corporate tax dal 35% al 21% a beneficio diretto e indiretto degli istituti basati nel Paese. Oltre al fattore fiscale, ci sono anche elementi più “industriali” a spiegazione della differente redditività. E cioè, da una parte un cost/income ratio più basso – 59,7% contro 65,4% – e dall’altra la pulizia dei portafogli di crediti dubbi che è stata più rapida e incisiva per i big americani. Fino al 2010 i bilanci Usa erano più appesantiti a questo riguardo, con un’incidenza delle perdite su crediti rispetto ai ricavi del 22,6% contro il 16,7% dei maggiori istituti europei. Dal 2011 si è invertita la situazione e lo scorso anno le perdite su crediti erano al 6,7% in Europa e al 5,7% negli Usa.

I dati del primo trimestre di quest’anno indicano ancora una crescita maggiore dei ricavi per gli istituti Usa (+0,4%, mentre in Europa si è registrato un calo dell’1,8%), ma un aumento degli utili doppio da questa parte dell’Atlantico con un +10% rispetto al +5,1%.

Ai dati del 2018, si evidenzia che le banche europee destinano più risorse ai clienti di quelle Usa – i crediti alla clientela rappresentano il 46,99% del totale dell’attivo per le une e il 38,2% per le altre – e meno a liquidità/titoli/crediti verso altre banche con rispettivamente, il 35,4% del totale attivo e il 41,4%. Raccolgono meno con depositi – i debiti verso la clientela sono il 46,5% del totale del passivo contro il 54,3% – e un po’ più col ricorso a obbligazioni (13,7% contro 9,9%). Infine, hanno meno capitale – patrimonio netto pari al 5,9% del totale dell’attivo per le europee, 9,6% per le americane – e leva maggiore (totale dell’attivo tangibile su patrimonio netto tangibile di 19,1 volte, contro 13,2).

Latita l’M&A

Guardando in particolare ai grandi gruppi del Vecchio continente – 24 quelli sotto la lente – per dieci di questi si scopre che il mercato domestico vale in media oltre il 70% dei ricavi. Il mercato unico bancario è ancora una chimera. Di aggregazioni transfrontaliere neanche l’ombra. L’ultima risale al 2009 quando Bnp-Paribas rilevò la belga Fortis.

La sfida digitale

Sotto il profilo regolamentare il 2018 ha posato due pietre miliari nell’Europa del credito. Con la Mifid 2 sono stati introdotti nuovi paletti a tutela dei risparmiatori e con la Psd 2 – la direttiva sui servizi di pagamento, che diventerà pienamente operativa da settembre – è stata aperto la strada all’ingresso degli operatori fintech nel sistema, imponendo al sistema bancario tradizionale di spingere verso la digitalizzazione e la riduzione dei costi per far fronte alla nuova sfida competitiva, che è anche un’opportunità. L’Italia a riguardo è ancora indietro: occupa solo la 25-esima posizione nel Desi report della Bce, che misura in sintesi le competenze digitali, il grado di utilizzo di Internet, la digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione di ciascun Paese comunitario.

Intesa denuncia 8,3 milioni di clienti multicanale, il 18% di attività digitalizzate e il 5% del totale vendite su canali digitali. A riguardo UniCredit – l’altra big del campione – ha fornito invece finora solo i target al 2019: 13,8 milioni di clienti digitali (53%) e 10,7 milioni in accesso tramite gli smartphone (41%).

L’arma dei tagli

In un contesto di tassi bassi che comprimono il margine d’interesse e di tensioni geopolitiche che influenzano i risultati del trading – dove spuntano oltretutto nuovi player digitali – l’Europa del credito ha pochi margini di manovra. La via più breve per cercare di reggere la concorrenza è così stata individuata nelle ristrutturazioni per snellire organizzazione e organici. Un processo che ha subito un’accelerazione a partire dal 2012/2013. Mediamente dal 2008 la rete di sportelli nell’eurozona è stata ridimensionata del 27,7% (-25,5% in Italia) e il numero dei dipendenti è sceso del 17% (-18,9% in Italia), interessando complessivamente 470mila lavoratori. UniCredit, anche per via delle dismissioni, ha tagliato l’organico da 176mila unità a 96.348 (-45,3%), mentre Intesa che nel 2017 ha assorbito le Popolari venete è scesa del 15% a 92.117 unità. Per i primi sei gruppi bancari italiani (oltre a UniCredit e Intesa, anche Mps, Banco Bpm, Ubi, Bper e Popolare Sondrio) nel complesso, gli addetti sono calati dai 381.189 dei 2008 ai 267.486 del 2018, una sforbiciata di quasi il 30%.

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