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Banche, la via della gestione interna per evitare la «svendita» degli Npl

La rivoluzione Fintech, con la disintermediazione della finanza “vecchio stile”, in tempi piuttosto rapidi è destinata a spazzare via le banche tradizionali, pronostica Giuseppe Vegas. Ma finché esisteranno ancora, sarà bene che non svendano i propri crediti deteriorati, comprimendo le risorse a disposizione del credito e facendo gli interessi soltanto di chi «acquista a prezzi stracciati per poi rivendere con plusvalenze, fiutando il grande affare».
Il presidente della Consob ieri si è unito al coro di chi – come il Governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco – da tempo punta i piedi contro il rischio delle cessioni a prezzi di saldo dei crediti deteriorati in pancia alle banche italiane, pur in calo visti i 77 miliardi di sofferenze nette a fine febbraio secondo i dati Abi, che le danno ai minimi dagli ultimi tre anni. Certo che lo dica il regolatore dei mercati, chiamato a vigilare nell’interesse di chi compra e di chi vende, fa ancora più discutere. E infatti ieri il tema ha tenuto banco nel parterre di Palazzo Mezzanotte; anche perché Vegas è entrato in un dibattito apertissimo, che si aggancia a un mercato miliardario: promossa, dal presidente Consob, la linea della gestione interna, cioè delle banche – e il caso più fresco è quello di Intesa Sanpaolo – che hanno preferito «gestire al proprio interno il recupero degli Npl, senza ricorrere a soluzioni che andrebbero a esternalizzare il lucro a beneficio di altri»; anche perché, «le banche italiane hanno la capacità e le risorse umane per farlo», ha detto Vegas, toccando però un punto su cui non tutti sono d’accordo. «L’estrazione di valore è un’attività che richiede investimenti elevati e competenze d’eccellenza non alla portata di tutti gli istituti e di tutte le dimensioni», commentava ieri un banchiere all’uscita dalla Borsa.
Bocciate, invece, le soluzioni drastiche. «La fretta potrebbe rivelarsi cattiva consigliera», ha detto ieri. Nessun riferimento diretto, ovviamente, ma in molti hanno letto un richiamo alla recente maxi dismissione di UniCredit, che nell’ambito dell’aumento di capitale da 13 miliardi (e proprio per favorirne il buon esito) ha smobilizzato oltre 17 miliardi di crediti deteriorati a un valore di poco superiore al 12%. «L’impatto degli Npl sui bilanci delle banche si riduce quanto più si allunga l’orizzonte temporale della loro gestione», ha ricordato Vegas, ricordando poi che «per gli investitori specializzati l’operazione presenta margini di redditività, che salgono se aumenta la pressione a vendere». Di qui la necessità di un «approccio oculato», per «prevenire il rischio di svendita di questi asset». Anche perché quanto più è basso il valore delle transazioni, tanto più sono nefasti gli effetti sul credito ed è elevato il profitto di chi compra.
Come sempre, è problema di prezzi. Tra la pressione a vendere da parte del mercato e della Vigilanza (europea) e la necessità (e talvolta il rischio) di temporeggiare da parte dei banchieri, la corretta valutazione degli Npl – peraltro molto eterogenei quanto ad anzianità, tipologia e garanzie – resta un rebus. Di qui la proposta, abbozzata, di Vegas, che auspicando «strumenti innovativi, ha ipotizzato «la creazione di un mercato regolamentato dei crediti deteriorati, che favorisca l’incontro trasparente tra domanda e offerta». Che oggi c’è, sì, ma avviene a valle, cioè sui titoli Abs ottenuti dalle cartolarizzazioni e quindi dopo aver prezzato i crediti deteriorati sottostanti.

Marco Ferrando

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