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Banche, la corsa al capitale le Fondazioni al palo ma l’Europa non attende

Dietro le quinte, tre indiscreti illustrano la non sostenibilità del rapporto tra l’Italia e le sue banche come e meglio di tanti dati e moniti che vi si agitano sopra. Anche quelli di Ignazio Visco, affinché le vigilate sappiano intraprendere il «cambio di passo » da lui evocato. Nella consapevolezza che in pochi mesi va riformato il sistema – pena conseguenze drammatiche per il paese – il governatore ha chiamato a un confronto non di routine (il 4 novembre) gli ad di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi, Banco popolare, Mediobanca. Quel giorno proverà a spiegare ai banchieri italiani come coniugare concetti per molti di loro inconciliabili come «il rafforzamento patrimoniale, l’aumento del credito alle imprese e la redditività ».

E QUINDI DEVONO MIGLIORARE LA LIQUIDITÀ segue dalla prima I ndiscreto 1. Bankia ha partecipato a un prestito sindacato per un’impresa italiana mediogrande, in pool con altri istituti al tasso concorrenziale del 3,75%. Non è un tecnicismo tra altri. Fino a pochi mesi fa, fra gli iniziati della finanza Bankia non era un medio istituto spagnolo. Era un paria creditizio, un’apostrofe per riassumere il peggio di reputazione, libri, management, che una banca incarnasse: crogiuolo di malandate reti territoriali fuse per decreto e senza controllo dei crediti, quotato nel 2010 raccogliendo 3 miliardi e un anno dopo distrutto da 19 di buco. Poi salvato con 24 miliardi di prestito (concessi dall’Ue). I vertici di Bankia andarono a casa, alcuni

a processo. Saltò anche la poltrona del governatore del Banco de España. Ma Bankia fu la catarsi, di un sistema che ha saputo ristrutturarsi all’americana: tutte le Bcc spagnole riunite in una, tutti i crediti problematici segregati nella bad bank a capitale misto, ampie garanzie del governo alle istituzioni sovranazionali. «Ci rendiamo conto che ora Bankia viene in Italia, a offrire prestiti a un sistema delle imprese che la Spagna si sogna, e ci fa concorrenza con i soldi dell’Europa?, racconta un banchiere locale, stupito e seccato. Indiscreto 2. Nella direzione generale di un grande istituto retail. Il capo, ammette testualmente, «se la fa sotto» perché a settimane arriveranno i funzionari Bce per avviare l’Asset quality review. Si teme non sarà una passeggiata di salute, qui. L’input, nelle ultime parole di Draghi, è di una revisione «trasparente e rigorosa, perché solo un test credibile ci sarà utile». Traduce liberamente quel banchiere: «Se lo spirito somiglia anche lontanamente agli stress test Eba 2011 le banche italiane sono fritte. I regolatori paiono assatanati nel chiedere sia più patrimonio che più accantonamenti. Ma il fuoco sacro delle banche centrali, cui le istituzioni italiane non sanno né vogliono fare schermo, può danneggiare gravemente la tenuta del sistema». Si teme che la moral suasion della Bce, a un anno da quella di Bankitalia che ottenne 7,5 miliardi di accantonamenti in più nei conti 2012 di 20 banche, porti ad altre restrizioni nel contabilizzare i crediti. Con effetti negativi sulla capacità di erogarne di nuovi, oltre che sui dividendi, che quest’anno potrebbero tornare possibili. Indiscreto 3. Preparando la vigilanza unica l’Eurotower ha avviato colloqui per aggiungere almeno 800 dipendenti ai 1.900 in essere. I nuovi ispettori si cercano in tutti i paesi Eurozona; non tutti rispondono con solerte zelo. Si racconta che finora dall’organico della Banca d’Italia non sono partite candidature. Il ritardo sarebbe da imputare ai trattamenti economici in auge a Via Nazionale, alle scarse attrattive del Brandeburgo e al test obbligatorio in lingua inglese, contro cui i sindacati della vigilanza si sarebbero inalberati. Sicché la quota italiana di controllori, preventivata in una cinquantina di persone, è al palo. «C’è il rischio che se non si raggiunge il quorum, a ispezionare le banche italiane saranno gli stranieri; con quale sensibilità culturale, linguistica, sistemica si può facilmente immaginare», racconta il funzionario di vigilanza da cui viene l’aneddoto. Le tre scene di vita bancaria sono il prologoepilogo di un assetto (il sistema imprese più sottocapitalizzato e bancarizzato che ci sia e i suoi mentori) costretto a mutare entro data certa: autunno 2014. Al via della vigilanza bancaria, come per la valuta unica bisognerà decidere se entrare nella serie A (girone a 130) o no. Le prime 18 banche italiane sono coinvolte nella migrazione, che però non è scontata ma richiede miglioramenti della qualità di attivi, patrimonio e liquidità. Per questo i vertici di Fondo monetario, Bce e Bankitalia sono attenti e prodighi di messaggi all’Italia bancaria. Attivi vuol dire crediti. La contesa del credit crunch è ormai una guerra di religione, ma l’analisi dei flussi è sterile, se non inserita nel contesto. Il Global financial stability report del Fmi ha ben descritto il circolo vizioso che dallo spread ha diffuso il contagio fino alle imprese: «Banche deboli hanno accentuato i problemi di imprese deboli, che hanno aumentato le pressioni sulle banche». Queste sono le analisi a Washington: «Oltre tre quarti del debito a imprese in Spagna e Portogallo, e metà in Italia, è in capo a società con rapporto debito/attivo maggiore o uguale al 40%». Il debito medio delle imprese italiane è 3,5 volte il Mol. E i molti debiti, da due anni, costano molto più che nei paesi leader: «L’accresciuta rischiosità dei prestiti nei paesi periferici ha fatto salire i tassi, e ripartire la spirale negativa». Spezzare il circolo vizioso farà male ai bilanci bancari: una simulazione Fmi con ipotesi di crediti non recuperati del 45% stima perdite per le banche italiane di 125 miliardi in due anni, pari a tutti gli utili operativi del periodo. Ripulire i bilanci dal cattivo credito, come fatto a Madrid, potrebbe essere una soluzione: ma servono forza e consenso politico per una medicina amara. E se il governo Monti rigettò l’ipotesi bad bank, il governo Letta per ora non la accarezza. «Ritengo la Spagna un ottimo esempio di ristrutturazione bancaria — dice Riccardo Banchetti, socio di Eidos Partners — . Il sistema bancario italiano è molto frammentato e sottocapitalizzato, se non affrontiamo il problema immediatamente il credito alle imprese sarà sempre inferiore, con rischi di deriva giapponese tipo lost decade». Patrimonio significa più capitale. Fmi stima carenze da 6 miliardi per le banche italiane. Morgan Stanley ne calcola 26 perché si assestino sul 9% di Core tier 1, che dovrebbe essere il livello minimo consentito dalla Bce. Goldman Sachs stima 16 miliardi per le sei maggiori banche. Il balletto di cifre è ampio, dipende dalle assunzioni macro e dalla severità. Oltre al «quanto», però, bisogna ripensare il «chi». Chi investirà nelle banche italiane, che vantano una redditività (Roe) frazionale, vivono nel paese più lento d’Europa e hanno strutture di controllo antiquate facenti capo alle fondazioni? Bankitalia e Tesoro stanno ponendosi la questione, per riformare la governance. Anche il Fondo monetario ha espresso riserve sul ruolo degli enti ex bancari, non per caso nel rapporto sull’Italia cita come unico broker Mediobanca Securities, che due anni fa stilò un ponderoso e critico studio sullo strapotere delle fondazioni. Resta che gli enti, nel bene come nel male, sono stati finora gli unici investitori istituzionali della finanza italiana. L’aumento Mps da 2,5 miliardi, atteso a maggio e orbo dell’omonima fondazione, sarà un assaggio di futuro. Liquidità. L’attuale congiuntura è probabilmente la migliore dalla crisi di metà 2011, per il funding bancario. Tuttavia molti istituti periferici ancora campano di prestiti Ltro, in scadenza tra gennaio e febbraio 2015 (quasi in sincrono, ed è un’insidia in più, con la vigilanza unica). Il Financial Times, nel lamentare che le banche italiane hanno restituito alla Bce solo 3,5 miliardi su 255 di prestiti triennali agevo-lati, ha usato dati vecchiotti, di marzo. Ad aprile i rimborsi erano saliti a 8,5 miliardi, ad agosto a 22 miliardi, e Barclays li stima sui 28,5 miliardi a fine settembre. Certo è un nono di quanto dovuto: del resto, oltre alle difficoltà e ai costi di accesso all’interbancario, i banchieri italiani hanno poco interesse a rimborsare un prestito a lungo termine che costa meno dell’1% mentre possono impiegare in Btp al 4,3% (tralasciando i crediti, che rendono anche di più se si riesce a non perderci). Per evitare che il tempo accresca lo stigma reputazionale, e non creare tensioni sui tassi né sulle aste, Mario Draghi potrebbe pertanto rinnovare quei prestiti. «Anche se non è l’unica opzione, un’altra Ltro ci appare la più probabile ed efficace tra quelle a disposizione della Bce per evitare il rialzo dei tassi Eonia come conseguenza di una eccessiva riduzione dell’eccesso di liquidità », ha scritto Giuseppe Maraffino, analista di Barclays a Londra. Comunque è un altro nodo da spettinare nel 2014, e altri fondi miliardari che le banche potrebbero dover chiedere ai mercati.

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