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Banche, la caduta è in tutta Europa

Non è più solo questione di Italia, ma nemmeno solo di Europa. Le banche sono nel mirino dei mercati, dove a muovere le quotazioni all’impazzata non sono certo le iniziative degli investitori finali che, paralizzati dall’incertezza imperante, lasciano campo libero alle “macchinette” dell’high frequency trading con l’aggiunta del day trading più artigianale, in particolare in Piazza Affari dove le regole della Tobin tax di fatto l’incentivano.
Il dato di fatto è che la caduta in Borsa del credito è corale: -6,85% le banche italiane ieri, -5,98% le banche europee e – 4,4% le banche Usa verso la fine della seduta.
In questo contesto i commenti che si raccolgono tra le sale operative e gli uffici studi suonano un po’ come spiegazioni ex-post, quasi un pretesto per giustificare le vendite a fronte di un quadro che non è certo cambiato da un giorno all’altro. Il punto è che la situazione si è avvitata, il sentiment è negativo e per le banche non ci sono motivi di ottimismo tali da giustificare una riscossa in controtendenza, anzi.
Chi la guarda più da lontano dice che l’onda ribassista è partita dalle vendite dei fondi sovrani dei Paesi produttori di petrolio (e l’Italia era in cima alla lista dei realizzi perchè lo scorso anno è stato il mercato con la miglior performance azionaria), poi si sono innescati gli stop loss mentre i compratori latitavano. Ora intorno alle banche si discute di eccesso di regolamentazione che ne deprime la redditività, ma è convivere con i tassi negativi che non lascia speranza a chi deve fare business intermediando il denaro. L’euribor è negativo, un terzo dei titoli di Stato dell’eurozona ha rendimenti negativi, se le banche hanno liquidità in eccesso depositarla presso la Bce (deposit facility) costa lo 0,30%, un tasso negativo che dal prossimo 10 marzo potrebbe anche essere rivisto al -0,40%. Avere liquidità è insomma diventato un costo per le banche, impiegarla un rischio. Ma senza liquidità – il caso Lehman insegna – non si va lontano nel mondo del credito. Per far quadrare i conti bisognerebbe portare in negativo anche i tassi sulla raccolta, che già sono vicini a zero, mentre le regole del bail-in hanno messo in forse la “sicurezza” dei depositi oltre i 100mila euro e in subbuglio i correntisti. Benzina sul fuoco. Al Forex il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco aveva provato a chiedere maggior gradualità nel cambiamento: proposta – fuori tempo massimo – subito respinta da Bruxelles dopo nemmeno 24 ore.
Il problema sono non tanto e non solo le sofferenze accumulate dalle banche italiane negli anni della crisi che non riesce ad arrivare al termine (e che, almeno, sono adeguatamente coperte), ma sono anche i derivati di cui sono zeppe alcune banche europee – Deutsche Bank ne è un esempio – che, con le turbolenze dei mercati, potrebbero nascondere enormi perdite latenti. E con il prezzo del greggio sceso persino sotto i 27 dollari al barile è diffuso il timore che, presto o tardi, a farne le spese saranno anche le banche che hanno finanziato le società legate al petrolio più borderline.
Un coacervo di negatività che si inserisce nello scenario disegnato da accreditati “gufi” di mercato, i quali pronosticano un futuro di deflazione – modello giapponese -per l’intero mondo occidentale. Preoccupazioni che non riguardano più solo il rallentamento delle economie emergenti, ma investono in pieno le economie capitalistiche e il cuore del sistema, il credito. Un colosso come Deutsche Bank – che si dubita abbia i piedi d’argilla – ha bruciato un quinto della sua capitalizzazione nelle prime nove sedute di febbraio, quasi il 40% dall’inizio dell’anno, e oggi tratta a 0,3 volte il book value. Ma lo stesso paniere dello Stoxx 600 bancario europeo evidenzia quotazioni inferiori di un terzo al valore di libro.
Uscire dalla spirale negativa non è facile, ma la situazione potrebbe ancora peggiorare se i mercati perdessero fiducia nelle capacità delle banche centrali di porvi un argine: regalare il denaro allo stato non sembra incoraggiare gli investimenti.

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