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Banche italiane «timide» con la Bce: ultime per prelievi

di Maximilian Cellino

Il denaro è lì a Francoforte, pronto per essere ritirato come da un Bancomat in caso di necessità. Lo garantisce in quantità illimitata ogni settimana la Banca centrale europea (Bce) per far fronte alle necessità di ogni giorno. Ma alle banche italiane non piace, lo dicono chiaro e tondo le cifre ufficiali: in media gli istituti di credito del nostro Paese attingono poco a questa fonte e preferiscono trovare altrove la liquidità. Dal mercato interbancario, ma soprattutto dalla raccolta allo sportello, attraverso la quale secondo alcune stime recenti riescono a coprire quasi il 70% del fabbisogno.

A giugno, per esempio, le richieste pervenute alle aste di rifinanziamento Bce dall'Italia sono state pari a 41,3 miliardi di euro. Una cifra tutto sommato modesta se la si confronta con il Pil del 2010 (2,7%) o anche con le attività dell'intero sistema finanziario nazionale (0,8%). I migliori clienti del Bancomat di Jean-Claude Trichet sono irlandesi (103 miliardi, il 66,9% del Pil), greci (97,5 miliardi, 42,4% del Pil) e portoghesi (43,9 miliardi, 25,4%).

Un terzetto ben assortito, insomma, che serve anche a spiegare perché Intesa Sanpaolo, UniCredit, Mps e soci non amino tanto farsi vedere dalle parti dell'Eurotower. Le banche che non trovano problemi a farlo preferiscono infatti attingere dal mercato interbancario. Per una questione di prezzo, visto che il denaro erogato dalla Bce a una settimana, un mese o tre mesi costa al momento l'1,5% per tutti, qualcosa in più rispetto all'Eonia, cioè al tasso di mercato overnight su operazioni garantite da collaterali come quelle che si effettuano nelle aste.

Ma è soprattutto l'aspetto reputazionale che frena le banche «virtuose» dal partecipare in modo continuativo e con richieste rilevanti alle operazioni di rifinanziamento, che sono anonime per gli operatori, ma soltanto in teoria. All'interno delle tesorerie si riesce infatti spesso a capire se qualche istituto non è in grado di raccogliere denaro sul mercato e resta troppo a lungo dipendente dalla Bce. Ed essere bollati con un marchio così infamante potrebbe significare in futuro fare molta fatica a ottenere credito dalle concorrenti fino a venire letteralmente espulsi dall'interbancario. Un po' come è avvenuto per le banche greche, irlandesi e portoghesi, classificate come «addicted», cioè strettamente dipendenti dalla linfa vitale di Francoforte.

La crisi delle ultime settimane e l'impennata del rischio-Paese legato all'Italia percepito sui mercati pone qualche dubbio sulle possibilità di raccolta di denaro a buon mercato delle nostre banche. Il differenziale di rendimento fra BTp e bund, volato ai massimi storici è infatti direttamente collegato con lo spread (sull'Euribor) che le banche italiane devono pagare quando emettono prestiti obbligazionari: chi vorrà andare sul mercato adesso (ma quasi tutti i principali istituti italiani sostengono di aver già effettuato la provvista per quest'anno e parte del 2012) dovrà per forza sborsare di più.

Il ragionamento non è immediatamente estensibile alla raccolta di denaro a brevissimo termine, quello appunto erogato dalla Bce. E il motivo è proprio l'esistenza del paracadute di salvataggio approntato dai banchieri centrali, che hanno sì alzato i tassi per ben due volte da aprile, ma che al tempo stesso hanno continuato a garantire liquidità illimitata a chi ne facesse richiesta: con una via d'uscita simile i prezzi sull'overnight non possono crescere più di tanto.

Certo, la situazione potrebbe anche precipitare e riproporre scenari simili a quelli dell'estate-autunno 2008 (allora però non erano attive tutte le misure delle banche centrali) fino a culminare nel «congelamento» dei mercati interbancari. Al momento, però, i segnali di tensione restano circoscritti: ieri, per esempio, l'Euribor è leggermente sceso all'1,599% dall'1,602% e il differenziale con l'overnight indexed swap (Ois, il tasso dei prestiti «free risk» fra banche che è indice di pressione sul mercato) è risalito a 33 punti base, massimi da gennaio, ma rimane ben distante dai valori a tre cifre visti dopo il fallimento di Lehman.

Anche l'asta settimanale Bce ha visto un aumento delle richieste (153,6 miliardi rispetto ai 120 miliardi di sette giorni prima, provenienti da 230 banche), ma il dato non si presta a una lettura univoca. «Le tensioni sui mercati possono aver indotto a un atteggiamento più prudente gli istituti di credito – osserva infatti Elia Lattuga di UniCredit Mib – ma bisogna considerare anche gli effetti tecnici legati all'inizio di un nuovo periodo di mantenimento delle riserve obbligatorie». Per scoprire se parte di queste richieste supplementari siano arrivate proprio dalle banche di casa nostra occorrerà avere pazienza, almeno fino alla pubblicazione dei nuovi dati aggregati della banca d'Italia.

 

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