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Banche italiane sotto pressione

di Fabio Pavesi

C'è qualcosa di paradossale in giornate di accanimento sulle banche come quella di ieri. Giù indistintamente e con forza tutti i titoli dell'indice bancario europeo, con ribassi tra lo 0,94% della svizzera Valiant e il tonfo del 12% di UniCredit. E in mezzo i colossi francesi e tedeschi con perdite tra il 5 e il 6%. Unici titoli a salvarsi dalla tempesta le banche elleniche, con National Bank of Greece a volare verso l'alto del 9%. Dice qualcosa una giornata come questa? Sono forse più appetibili, per il mercato, le banche agonizzanti da un paio d'anni di un Paese sempre sull'orlo del crack e che vedranno tagli del 50% nel valore dei bond di Atene cui sono piene zeppe? E perchè le italiane che certo non difettano sul fronte della solidità patrimoniale vengono spesso vendute?

Un paradosso davvero, ma che la dice lunga sulla volubilità irrazionale dei mercati. E così si procede da settimane con rialzi sulle aspettative che l'Europa dei Governi metta una pezza, qualunque essa sia, alle tensioni che dai debiti periferici (e non) si trasferiscono al sistema del credito, e repentine disillusioni come quella di ieri. E quando ci sono giornate così sono spesso le banche italiane a farne le spese. In un modo che appare sempre più evidente.

I punti deboli delle italiane

Scommettere così pesantemente contro le banche italiane appare eccessivo. Di fatto in Europa da inizio anno sono proprio gli istituti italiani (con l'eccezione della sola UniCredit) ad avere messo mano al portafoglio, ricapitalizzando i patrimoni. Cosa che non è avvenuta altrove.

Ma il mercato infierisce comunque sui punti deboli del sistema italiano. Che ci sono, anche se è del tutto fuori luogo pensare ad un crack qui da noi come invece è avvenuto per la franco-belga Dexia. Già, ma quali sono le fragilità dell'universo bancario domestico? Almeno tre in questa fase.

Costo della raccolta

Il primo è più evidente: è quello del costo della raccolta che diventa sempre più elevato man mano che il differenziale di rendimento del BTp italiano continua a inerpicarsi sull'omologo titolo di Stato tedesco. E ieri, guarda caso, si è di nuovo toccato quota 400 punti base sul Bund. Quando si paga così tanto per rifinanziarsi è ovvio che non soffrano solo le finanze pubbliche ma anche le banche. Del resto, ieri, l'agenzia di rating Fitch ha evidenziato proprio quest'aspetto ponendo in outlook negativo le prospettive per le principali banche italiane, rilevando che «i costi del funding sono strettamente collegati allo spread sui titoli governativi». E questo è un fattore di forte svantaggio, dato che banche tedesche e francesi pagano in questa fase assai meno le esigenze di rifinanziamento.

Il peso dei BTp

Poi c'è l'altro aspetto che tende a tenere sotto pressione le banche domestiche. I nostri istituti hanno in pancia oltre 200 miliardi di BTp e consimili. Solo le prime 5 banche ne avevano, a fine giugno 2011, in portafoglio per 147 miliardi. Una montagna di soldi immobilizzati in titoli che perdono valore più i rendimenti salgono. Ed è lì che il mercato guarda con preoccupazioni. Molte stime sul fabbisogno di capitale ipotizzano oggi tagli (il cosiddetto «haircut») del 10-20% dei prezzi di BTp in mano alle banche.

Si tratta sulla carta di perdite virtuali da 15 a trenta miliardi. Ma virtuali appunto. Uno perché, se così fosse, ci sarebbe un problema enorme per l'intera sostenibilità della Repubblica italiana. L'altro perché molte banche sono corse ai ripari detenendo solo scadenze brevi, che sono meno sensibili alle cadute dei prezzi. Visto così, l'allarme delle Borse sembra assai esasperato.

Sofferenze record

Il terzo elemento, di particolare fragilità, è quello della cosidetta qualità del credito. Sofferenze, incagli, crediti dubbi stanno costantemente aumentando. Le sofferenze lorde per il sistema sono raddoppiate in due anni da 50 miliardi a 95 miliardi. E i crediti deteriorati netti accumulati dai primi 5 istituti pesano per 88 miliardi di euro, di cui 38 miliardi in capo solo a UniCredit e 21 miliardi per IntesaSanpaolo.

Ecco i nodi del sistema. Da un lato il costo del funding, viene in parte trasferito sui clienti, ma finisce inevitabilmente per assottigliare i margini.

Poi ci sono le sofferenze, quel credito cattivo che vede trimestre su trimestre salire gli accantonamenti e quindi far scendere i profitti. E infine la miccia, molto agitata dai mercati, del peso del debito pubblico in pancia alle banche. Di fatto oltre il 10% delle obbligazioni del Tesoro sta in pancia al sistema del credito. Che paga questo dazio.
 

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