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«Banche italiane, servono 22 miliardi»

di Massimo Mucchetti

 

MILANO— Mediobanca non crede alla ripresa dei titoli bancari. In sintonia con il giro di vite imposto dalla Banca d’Italia sulla liquidità, gli analisti della sede londinese della banca di piazzetta Cuccia declassano l’intero settore europeo del credito al di sotto del rendimento medio della Borsa, almeno finché non sarà ricapitalizzato come esige Basilea III. Un’operazione, quest’ultima, che in Italia può mettere a dura prova gli assetti dei principali gruppi bancari, basati sulle fondazioni, perché è arduo scegliere tra svendita di attività, aumenti di capitale a prezzi bassi e drastico contenimento dei dividendi. Su scala continentale, le 36 banche del campione di Mediobanca Securities dovrebbero integrare per 142 miliardi il capitale di vigilanza. La somma è pari al 110%dell’utile aggregato atteso per il 2012 e al 15%del patrimonio netto tangibile. Su scala domestica, i primi sette gruppi bancari italiani (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi, Banco Popolare, Ubi, Carige, Bpm) dovrebbero raccogliere oltre 22 miliardi, pari al 21%dell’utile atteso per l’anno prossimo e al 20%del patrimonio netto tangibile. Questo flusso di ricapitalizzazioni si rende necessario per gli effetti combinati di Basilea III sul calcolo del patrimonio di vigilanza (che cala) e della rischiosità degli attivi (che aumenta implicando più capitale a garanzia). Al termine delle verifiche, la pillola di Basilea III potrà essere un po’ addolcita. Intesa e Monte dei Paschi considerano capitale vero le azioni di risparmio e le privilegiate. Tutte le banche italiane, più in generale, vorrebbero una valutazione del rischio legato al retail meno pesante di quello legato alla finanza. E tuttavia, i capitali andranno comunque rafforzati in una misura da conseguire per due terzi entro la fine del 2012 e per il resto entro il 2018. Detto di Basilea III, ecco i rischi sovrani e gli stress test. Dopo il crac della Grecia, i titoli del debito pubblico, di cui sono imbottiti i bilanci bancari, non sono più reputati privi di rischio. E così, sulla base dei credit default swap che assicurano contro l’ insolvenza, nelle 36 banche europee i rischi sovrani pesano per 97 miliardi. Quanto agli stress test del 2012, forse più severi di quelli del 2011, Mediobanca Securities stima un impatto di altri 201 miliardi. Morale, queste 36 banche che oggi hanno un patrimonio tangibile aggregato di 922 miliardi e un valore di mercato di 1.023 miliardi, mostrano una carenza di capitale di 441 miliardi. Nelle sette italiane, l’impatto dei rischi sovrani e degli stress test in aggiunta a Basilea III determina una scarsità di capitale pari a 67 miliardi a fronte di un patrimonio netto tangibile di 110 e di un valore di Borsa aggregato di 85 miliardi. Da questi conteggi, certo suggestivi e non puntuali, emerge una sottocapitalizzazione delle banche italiane l più alta delle concorrenti europee rispetto sia al patrimonio netto tangibile che al valore di Borsa. Per questo Mediobanca si attende che siano le prime a rompere gli indugi e ad affrontare il problema. Rischi sovrani e stress test a parte, Basilea III ha i suoi tempi. E mette tutti — banchieri, fondazioni, Banca d’Italia e governo — davanti a scelte scomode. Recuperando a capitale le azioni di risparmio e le privilegiate, basterebbe congelare per due anni i dividendi per centrare gli obiettivi di Basilea III. Ma si può chiedere un altro sacrificio alle fondazioni, che aiutano le comunità locali lasciate a sé stesse dalla finanza pubblica impoverita? Si possono varare aumenti di capitale a prezzi stracciati destabilizzando gli assetti di controllo in un quadro normativo europeo pensato prima della crisi quando sembrava irrilevante avere azionisti stabili? Naturalmente, c’è tempo. Ma in un mondo dove le nuove obbligazioni pubbliche saranno 8 volte superiori a quelle ante crisi e le nuove obbligazioni bancarie diventeranno meno della metà di quelle statali, gli standard di solidità avranno i loro effetti sul costo e sulle dimensioni della raccolta bancaria, e dunque sulla capacità di far credito alla ripresa, in fieri, mentre vengono al pettine, e assorbono a loro volta capitale, le perdite su crediti determinate dalla recessione.

 

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