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Banche italiane più vulnerabili

Gira e rigira, a ogni nuovo focolaio di crisi appare evidente che il nervo scoperto restano le banche. Un problema che riguarda tutta l’Europa, ma in particolare l’Italia, data la forte dipendenza delle nostre aziende dagli istituti di credito. Una situazione che rischia di zavorrare ancora a lungo la ripresa dell’economia, a meno di non voler arrivare a decisioni drastiche.

Istituti sotto tiro.
Molti osservatori si sono stupiti nel constatare che il settore più colpito dall’esito referendario britannico è stato quello delle banche italiane. «Come mai la Gran Bretagna decide di lasciare la Ue e il conto lo pagano i nostri istituti?», è stato uno dei quesiti più frequenti. A detta degli analisti, la risposta è semplice: nel mercato cresce il timore di una disgregazione dell’Unione europea, che potrebbe portare a un ritorno alle monete nazionali, e a quel punto l’Italia sarebbe il sistema economicamente più debole, impossibilitato ad andare avanti da solo. La causa è nel problema che ci affligge da trent’anni almeno: l’elevato debito pubblico (il terzo più alto al mondo dopo Giappone e Grecia) che ci rende dipendenti dai finanziatori. Se questi ultimi non si dovessero fidare della capacità italiana di rimborsare i debiti contratti, non sapremmo dove sbattere la testa. E le banche italiane sono piene di titoli di stato.

Il problema delle sofferenze. Non solo. La lunga stagione della crisi ha fatto emergere anche un altro grosso problema nei bilanci degli istituti, quello relativo alle sofferenze. In soldoni si tratta di denaro preso in prestito dalle famiglie e dalle imprese, ma che non viene restituito perché i debitori sono in difficoltà. Con il risultato di produrre buchi ingenti nei bilanci delle banche. Di fronte a uno scenario di questo tipo, la soluzione più logica è procedere a un aumento di capitale: così si rafforza il patrimonio, riducendo l’incidenza dei crediti malati sul totale. Questo è stato fatto da quasi tutti gli istituti di medie e grandi dimensioni della penisola tra il 2010 e il 2013 e un certo punto l’emergenza sembrava superata. Invece le sofferenze hanno ripreso a crescere e ormai sono oltre quota 200 miliardi di euro, di cui 80 miliardi nette (cioè non coperte da accantonamenti). Così si riaffaccia l’ipotesi di una nuova tornata di aumenti di capitale (strada appena battuta da Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Banco Popolare), a cominciare da Unicredit, la banca italiana più internazionalizzata, che ha esigenze di capitali per almeno 5 miliardi di euro. Secondo calcoli di Prometeia occorrerebbe rimettere mano al portafoglio per alzare le coperture delle sofferenze dall’attuale 55%, almeno fino al 70%. Se l’irrobustimento patrimoniale è inevitabile per gli istituti più a rischio, è difficile seguire questa strada negli altri casi. Anche perché l’aumento di capitale fa perdere valore alle azioni già in essere e comporta una richiesta di denaro che oggi pochi investitori sono disposti a concedere alle banche.

Tre strade per il risanamento. Equita Sim ha messo a punto tre ricette per uscire dall’emergenza. Dopo aver constatato che lo scudo pubblico sulle obbligazioni, concesso all’Italia dall’Ue, ha una durata limitata, gli analisti sottolineano che le ricapitalizzazioni, di per sé, non ripristinano la fiducia perché implicano diluizione per gli azionisti. «Qualsiasi piano dovrebbe prevedere anche azioni per uno smaltimento rapido e significativo degli npl», cioè dei crediti malati. La prima strada per farlo è la già citata ricapitalizzazione degli istituti per almeno 30 miliardi di euro total. Per limitare la diluizione, il governo dovrebbe impegnarsi a sottoscrivere gli aumenti a un prezzo predefinito. La seconda opzione riguarda l’emissione di bond da parte del ministero dell’economia per finanziare lo spin-off dei crediti in sofferenza. Ipotizzando la creazione di una bad-bank, le banche avrebbero un assorbimento patrimoniale di 10 miliardi da coprire con i bond, ripagabili a termine con aumenti di capitale o cessioni. Nel terzo scenario Equita ipotizza l’aumento dell’investimento di Cassa depositi e prestiti nel fondo Atlante a 5-10 miliardi di euro. Con 5 miliardi, scrivono gli analisti, «Atlante potrebbe acquistare a 30 centesimi (fatto 100 il valore nominale, ndr) 74 miliardi di npl, pari al 48% del totale (129 miliardi ovvero l’83% con 10 miliardi di dotazione). Si tratta dello scenario migliore per le banche, secondo gli autori del report. Di rafforzare la dotazione del fondo salva-banche si parla da tempo: resta da capire se questa strada è percorribile, anche alla luce dell’opposizione europea nei confronti degli aiuti di stato.

Verso una trasformazione radicale. Al di là degli strumenti per affrontare l’emergenza, resta poi il fatto che il sistema bancario è chiamato a un cambiamento di rotta di tipo strutturale. Due le ragioni: da una parte l’avanzata dell’Internet banking che rende inutile il mantenimento di una fitta rete di filiali nel territorio. Con l’urgenza dei costi da tagliare, questa sembra essere uno degli ambiti che maggiormente verranno impattati dai nuovi piani industriali. Per altro, con la stagione dei tassi a zero destinata a durare a lungo, si pone un problema serio sulla capacità di preservare la marginalità. Dato che le banche guadagnano perché prendono in prestito denaro a un tasso basso ed erogano finanziamenti a tassi più elevati, con la Bce che ha portato il costo del denaro a zero, il margine di guadagno si è ridotto. Nel 2007 l’attività di erogazione del credito garantì alle prime 20 banche europee ricavi per 709 miliardi di euro, mentre nel 2015 la stessa attività alle medesime banche ha fruttato solo 433 miliardi. Un altro motivo per agire con urgenza sul versante dei costi. Con le imprese che devono essere pronte a diversificare le fonti di finanziamento, guardando ad altri canali, dalla Borsa alle emissioni obbligazionarie, fino al private equity e al crowdfunding, a seconda delle necessità.

Luigi dell’Olio

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