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«Banche italiane più solide, ma l’Europa deve essere più unita»

Il sistema bancario europeo è oggi più solido, anche se rimangono criticità specifiche che vanno affrontate con decisione. La proposta franco-tedesca sulle riforme fa ben sperare. Le sfide del presente vanno però oltre l’ambito bancario: la risalita dello spread e l’aumento dei dazi sono gravi minacce perché frenano la crescita economica. Uno shock sul rischio di credito sovrano colpisce non solo i titoli di Stato ma anche le banche e la loro capacità di sostenere l’economia, e «questo non deve avvenire». «È importante ci sia coesione in Europa per affrontare queste sfide. Solo in un’Europa unita si possono promuovere al meglio gli interessi italiani». Ignazio Angeloni, membro del consiglio di vigilanza del Meccanismo di Vigilanza Unico (Ssm) e rappresentante della Bce ammonisce contro chi scredita quanto fatto finora: «Un atteggiamento fuorviante e pericoloso: l’euro ha portato grandi vantaggi e opportunità all’Italia».
I mercati sono tesi,temono il rischio-Italia e una guerra commerciale. Quanto tutto questo è dannoso per le banche italiane?
Lo spread riflette il rischio Paese, non solo quello dello stato come emittente di titoli pubblici. L’aumento dello spread colpisce le banche aumentando i costi della raccolta e, in parte, consumando capitale che è necessario alle banche per erogare credito all’economia. Il rischio di una stretta sul credito è particolarmente insidioso in questo momento perché interviene in una fase in cui la ripresa dell’economia è già minacciata da altri fattori di origine globale (i dazi di Trump e le loro ripercussioni in altri Paesi). Le turbolenze vanno evitate misurando le dichiarazioni e soprattutto mettendo in atto politiche che producano stabilità e fiducia. Evitando passi più lunghi della gamba, come ha detto il governatore Visco. Per contro, va detto con forza che le banche europee e italiane sono oggi solide, più capitalizzate rispetto a prima della crisi, erogano più credito e hanno meno crediti deteriorati in bilancio.
C’è chi instilla dubbi sull’adesione dell’Italia all’euro…
Abbiamo assistito, soprattutto negli ultimi tempi, a tentativi di screditare gran parte di quello che si è fatto negli ultimi vent’anni per costruire i fondamenti dell’Unione monetaria e della Ue. Una volta realizzati importanti progressi, si tende a dimenticare dei vantaggi che hanno portato. Ma è un atteggiamento pericoloso: chi ha responsabilità e chi orienta l’opinione pubblica dovrebbe incoraggiare scelte lungimiranti. L’euro ha già portato grandi vantaggi all’Italia, opportunità che il Paese è stato finora solo in parte in grado di cogliere ma che rimangono a portata di mano.
I Paesi europei sembrano frammentati e incapaci di affrontare in modo unitario i grandi temi del momento. È una crisi irreversibile?
Le più importanti sfide del momento sono di natura geopolitica – si pensi alla questione del commercio internazionale e delle migrazioni. A ben vedere, esse offrono anche all’Europa l’opportunità di mostrarsi all’altezza delle sue responsabilità globali, di dimostrare che il suo modello istituzionale, sociale e politico è in grado di rispondere a quelle sfide. Potrebbe anche rivelarsi un’occasione storica per l’intero continente. Solo un’Europa unita può promuovere al meglio gli interessi di ogni paese; la stessa Germania, che non ha eguali in Europa per dimensione e forza economica, si rende conto di non poter tenere in mano da sola il proprio destino. Questo vale in modo particolare per l’Italia, un grande Paese che deve però ancora superare molte delle sue debolezze strutturali.L’Europa è l’ambito che ci si offre per decidere insieme il destino comune.
Cosa si aspetta dal prossimo vertice dei capi di Stato e di Governo sul futuro della zona dell’euro e dell’Unione bancaria?
Mi auguro prima di tutto che la presenza simultanea di due dossier, quello migratorio e quello che riguarda la zona euro e l’unione bancaria, non impedisca di prestare sufficiente attenzione a ciascuno di essi. Sono entrambi importanti, come ho appena detto. Su entrambi i punti, deve prevalere la consapevolezza da parte di tutti che solidarietà e responsabilità sono concetti che si rinforzano a vicenda. Vi sono segnali incoraggianti; la dichiarazione di Meseberg, per esempio, contiene elementi utili che riguardano l’euro e le banche. Elementi da discutere nel dettaglio ma che vanno sostenuti nel complesso.
La proposta nell’accordo tra Emmanuel Macron e Angela Merkel sull’Unione bancaria menziona “la sequenza”, prima la riduzione dei rischi poi la condivisione.
Il linguaggio della dichiarazione è sfumato su questo punto, e non poteva essere altrimenti, trattandosi di una questione controversa. Nell’accordo c’è anche un riferimento al “parallelismo” indicato da Mario Draghi, che nei giorni scorsi si è espresso in maniera positiva sull’accordo. In materia di banche, alla consistente riduzione dei rischi che sta avvenendo e che è già avvenuta, soprattutto dall’avvio della vigilanza unica a oggi, deve corrispondere ora un rafforzamento dei meccanismi di condivisione dei rischi.
Nell’accordo Francia-Germania il sistema europeo di garanzia unica dei depositi (Edis) è rinviato. Finito nel cassetto definitivamente?
L’unione bancaria è operativa e funzionante, e ha già consentito di raggiungere ottimi risultati accrescendo la solidità del sistema. Ma è anche incompleta e per questo più fragile ed esposta a rischi di crisi. È carente il meccanismo di soluzione delle crisi, per l’assenza di un fondo europeo di risoluzione unico di dimensione adeguata. È carente anche la legislazione bancaria; basti pensare che gran parte di essa risale a quando l’unione bancaria non esisteva ancora. E manca l’assicurazione unica sui depositi. Edis è importante e deve rimanere un obiettivo da perseguire, ma ritengo che sia meno urgente delle altre due cose che ho menzionato.
Cosa manca nella legislazione bancaria europea?
Non c’è coerenza in molte delle regole, per esempio sui limiti ai grandi fidi, sulle filiazioni, sui movimenti di capitale e di liquidità transfrontalieri. E questo è un freno non solo al mercato unico, ma anche alle aggregazioni tra istituti bancari in Stati diversi perché non c’è ottimizzazione dei costi e si limitano le sinergie. Concessione e ritiro della licenza bancaria, uno dei compiti fondamentali della vigilanza unica, sono ancora sottoposti a leggi nazionali. Anche i giudizi della vigilanza sull’adeguatezza dei manager e degli amministratori bancari sono regolati a livello nazionale e applicati in maniera diversa tra Stati. Molte delle regole riflettono ancora la realtà precedente all’unione bancaria. C’è una revisione legislativa in corso, ma che purtroppo non fa molti passi avanti; il Parlamento europeo la esaminerà nella seconda parte di quest’anno e spero possa aiutare a migliorarla.
In un documento dei ministeri delle Finanze francese e tedesco appare per la prima volta in cifre la riduzione dello stock dei crediti deteriorati lordi e netti, 5% e 2,5%. Questo crea problemi alle banche italiane?
L’Italia ha fatto grandissimi progressi nella riduzione dei Npl. Per le banche significative (quelle che la Bce vigila direttamente), da un picco attorno al 17% il rapporto Npl lordi rispetto agli impieghi è sceso all’11,1% alla fine del 2017. Solo nello scorso anno, per le grandi banche italiane lo stock è sceso da 230 a 186 miliardi. L’azione decisa intrapresa della vigilanza Bce, con il crescente sostegno delle autorità nazionali e con grande collaborazione e sinergia delle banche, sta dando i frutti sperati. Ma la media dell’euro area è al 4,9%, e questo indica che l’azione di riduzione non si è ancora completata. L’importante è che si tenga conto delle situazioni specifiche.
In quanto tempo si dovranno raggiungere quegli obiettivi?
Vedremo le decisioni finali.In ogni caso la riduzione dei livelli di crediti deteriorati deve proseguire indipendentemente da quanto verrà deciso. La vigilanza indicherà un percorso che ritiene appropriato intraprendere per favorire un’ulteriore riduzione dello stock dei crediti deteriorati per le banche di maggiori dimensioni.
Ritiene che Ssm/Bce continuerà nell’approccio caso per caso?
Si, è sempre stato così. C’è stato un grande equivoco in passato. Noi abbiamo comunicato al mercato un’aspettativa di vigilanza sulle coperture dei flussi di crediti deteriorati futuri. L’aspettativa è un punto iniziale di riferimento per il dialogo tra la vigilanza e i vertici operativi delle banche. Una volta chiarite le aspettative, se subentrano delle situazioni particolari di singole banche, ne teniamo conto. Per quanto riguarda lo stock, pur procedendo con grande cautela è necessario continuare a promuovere il processo di riduzione che abbiamo intrapreso. Nel lungo periodo vi sarà comunque una convergenza naturale tra il regime applicato ai flussi e quello sulle consistenze.
La riforma delle Bcc: qual è il punto di vista del Meccanismo di vigilanza unico della Bce?
La riforma delle Bcc è stata voluta dall’Italia. La vigilanza europea ne ha preso atto, individuando elementi che potevano portare a una razionalizzazione del settore e a una maggiore solidità, nell’interesse dei depositanti e dei destinatari del credito. Già nel 2016 la Bce ha pubblicato un’opinione in cui si sottolineava il fatto che le maggiori responsabilità attribuite alla capogruppo comportavano la necessità di un rafforzamento della governance.

Isabella Bufacchi

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