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Banche italiane, maxi-svendita di sofferenze

di Morya Longo

Potrebbe essere il modo migliore per ridurre i crediti in sofferenza che zavorrano i bilanci delle banche italiane: venderli. Cederli ad altri. Cancellarli, come per magia, dal bilancio. Tanti istituti ci stanno provando. Intesa Sanpaolo ha già messo in vendita un pacchetto di 3 miliardi di euro di sofferenze. Banca delle Marche sta seguendo le stesse orme. UniCredit – secondo quanto risulta al Sole 24 Ore – sta studiando un'operazione ancora più voluminosa. E in coda ci sono tanti altri, Montepaschi in primis. L'obiettivo è ovvio: smaltire dai bilanci una parte di crediti deteriorati e contemporaneamente liberare capitale per poter erogare nuovi finanziamenti alla clientela. Prendere, insomma, i due proverbiali piccioni con una fava. C'è solo un "piccolo" problema: non sarà facile farlo.

Sofferenze vendesi

I crediti in sofferenza (quelli insolventi, di difficile recupero) sono probabilmente il problema numero uno delle banche italiane: perché sono tanti e sono cresciuti troppo velocemente. Nel 2007, prima della crisi, nei bilanci degli istituti di credito c'erano 48 miliardi di euro di sofferenze lorde: ora – secondo l'Abi – questa zavorra è aumentata a 95 miliardi. Si tratta del 97,7% in più. Troppo per un Paese che ambisca ad avere una crescita economica: questa massa abnorme di crediti dubbi assorbe infatti capitale alle banche e, di conseguenza, riduce le loro possibilità di finanziare l'economia. Cioè imprese e famiglie. Ecco perché tante banche vogliono venderne una parte. Come hanno fatto per anni, prima della crisi.

Intesa Sanpaolo è in prima fila. L'istituto ha già selezionato un pacchetto da 3 miliardi di crediti e in gara per comprarlo ci sono quattro pretendenti: Deutsche Bank, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Fortress. Banca delle Marche – come anticipato da Plus – arriva subito dopo: in corsa per acquistare un miliardo di crediti dubbi ci sono Goldman Sachs, due fondi Usa (Harvest Partners e Blue Sky) e un consorzio formato da Ubs, Cerberus e Patron Capital. UniCredit è più indietro. Probabilmente aspetta di vedere come si concluderà l'operazione di Intesa. «Sul mercato c'è una grande esigenza di realizzare queste operazioni, ma spesso non ci sono i presupposti – osserva Paolo Strocchi di Fbs spa, uno dei pochi gestori italiani di sofferenze con rating –. Intesa Sanpaolo può riuscirci, perché ha svalutato bene i crediti in bilancio, ma altre banche potrebbero fare più fatica».

Il nodo del prezzo

Questo è il vero problema: per vendere crediti in sofferenza, bisogna offrire ai compratori prezzi appetibili. Chi acquista, infatti, non lo fa per beneficenza: lo fa perché crede, recuperando credito per credito, di incassare più di quanto ha pagato per comprarli. Le banche internazionali e i fondi in lista per rilevare queste zavorre delle banche vogliono guadagnare, spolpando questi pacchetti, qualcosa come il 15-20%. Ovvio che non comprerebbero mai a prezzi elevati.

Il problema è che molte banche non possono concedere troppi sconti. Non per taccagneria. Ma perché hanno i crediti in sofferenza iscritti in bilancio a valori elevati, per cui incasserebbero perdite eccessive cedendoli a prezzi più bassi. Negli ultimi anni gli istituti hanno infatti ridotto gli accantonamenti per coprire le perdite sui crediti dubbi: se nel 2007 le prime cinque banche (UniCredit, Intesa, Montepaschi, Ubi, Banco Popolare) mettevano da parte mediamente il 66% del valore dei crediti in sofferenza, ora si limitano al 54%. I motivi possono essere tanti: forse le banche hanno ridotto le coperture per evitare perdite eccessive in bilancio, forse perché sono diventate più abili a valutare i crediti. Forse entrambi i motivi, a seconda delle diverse banche. Sta di fatto che se hanno i crediti dubbi iscritti in bilancio a valori elevati – qualunque sia il motivo –, faticheranno a venderli. La strada è in salita soprattutto per chi li ha svalutati meno.

«Le cessioni devono riprendere – osserva Dino Crivellari, numero uno di UniCredit Credit Management Bank – ma il mercato dovrà essere meno speculativo. Una volta le banche d'affari estere compravano i pacchetti di sofferenze e poi trasferivano altrove i rischi. Oggi è meno facile farlo e, d'altro canto, le banche per vendere offrono prezzi più vicini ai valori di recupero». I casi sono due: o i grandi fondi internazionali si accontentano di guadagnare un po' meno, o le banche italiane riducono un po' le valutazioni. Oppure, questo mercato non rinascerà.

 

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