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Banche, Italia campionessa sui costi: in cinque anni la sforbiciata arriva al 10%

Le banche retail italiane? Molto attente ai costi, campo dove hanno corso dieci volte più velocemente dei competitor europeei. Ma anche obbligate a premere l’acceleratore sul fronte dei ricavi, e puntare in particolare su formule consulenziali, per recupere il terreno perduto con il resto d’Europa.

Il lavoro su costi

È una fotografia in chiaroscuro, quella che sulle banche domestiche fornisce Kearney, che ogni anno con il suo Banking radar analizza i conti di oltre 100 banche retail europee. Dal 2016 a oggi i maggiori istituti domestici hanno fatto passi da gigante sugli oneri operativi. Secondo i calcoli della società, il campione formato da Intesa Sanpaolo, UniCredit, l’ex Ubi, BancoBpm, Bper, Mps e Creval, negli ultimi cinque anni ha ridotto di circa il 10% la base dei costi operativi: un taglio dieci volte superiore a quello europeo, dove il calo è stato pressoché minimo (-1%). Il risparmio, va detto, non è stato indolore per le banche con la migliore riduzione dei costi operativi, perché è stato generato in particolare da una forte riduzione della forza lavoro, che si è ridotta del 25% nel quinquennio, mossa a cui si è aggiunta un’altrettanto massiccia sforbiciata delle filiali di oltre il 30 per cento. Una dinamica che si associa, peraltro, alla drastica riduzione degli istituti stessi, crollati da 463 a 149 tra il 2020 e il 20616 (dati Bankitalia), tra fusioni e riforma Bcc.

La buona notizia è che l’ottimizzazione lato costi ha permesso di compensare almeno in parte il drastico calo dei ricavi, anche se non abbastanza da ridurre il rapporto tra costi e ricavi, passato dal 65% del 2016 al 67% del 2020. «Le banche italiane insieme alle spagnole sono tra quelle che hanno fatto più lavoro sul fronte dei costi operativi – commenta Roberto Freddi, associate partner di Kearney – ma continuano a soffrire sui ricavi: il retail rimane sempre sotto pressione per colpa di business mix che deve cambiare pelle».

Le zavorre sui ricavi

A zavorrare gli introiti sono stati i tassi rasoterra. Dal 2016 l’Italia ha visto una riduzione del margine di interesse del 25% contro il -5% della media Ue, e allo stesso tempo un calo più contenuto (-2%) della componente commissionale su prodotti/servizi, quando nel resto dell’Europa si è invece assistito invece a un incremento (+7%). «Sul wealth management le nostre banche sono riuscite a difendersi anche grazie a un pricing mediamente più alto della media europea», spiega Ettore Pastore, partner Kearney. Diversamente, il margine di interesse ha subìto maggiormente il contraccolpo, oltre che per colpa dei tassi, anche per «l’andamento calante dei volumi e per il differenziale di pricing sui prodotti, su cui si fa sentire la concorrenza di operatori non bancari appartenenti al mondo del fintech e dello shadow banking, in particolare nel segmento Pmi», aggiunge Pastore. Un fronte, quest’ultimo, che «sarà sempre più un banco di prova per le banche tradizionali». L’effetto finale è che nel quinquennio le banche retail italiane hanno perso il 15% dei ricavi per cliente contro il -5% a livello europeo.

Le possibili strade

Lo scenario, insomma, è sfidante. Ma come si può agire per invertire la rotta? Sul fronte dei costi, per tutto il mondo del credito l’efficientamento rimane il mantra, con stime di almeno 35-45 miliardi di risparmi necessari nei prossimi 3-5 anni a livello europeo. Ma in Italia alle banche retail spetta forse uno sforzo in più, con una «revisione radicale del modello operativo ripartendo dal cliente – aggiunge Freddi – E poi serve ripensare al mix di canali, rivedendo il ruolo degli sportelli e aprendo alle partnership, nonché a strategie più spinte di open banking».

Diversa la possibile ricetta sul fronte dei ricavi. Nel breve periodo una possibilità di ripresa del margine commissionale c’è ed è rappresentata da wealth e asset management: la grande massa di liquidità parcheggiata sui conti correnti, in assenza di scossoni sui mercati, potrebbe confluire su forme di investimento più redditizie per banche e clienti. Ma «nel medio lungo – ragiona Pastore – questi ricavi dovranno essere generati sempre più da formule consulenziali, piuttosto che dalla sola gestione del risparmio». Altra area di potenziale crescita, infine, è quella legata all’assicurazione danni: un fronte su cui «si è mossa in primis Intesa Sanpaolo ma su cui anche le altre seguiranno, soprattutto nella parte protezione».

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