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Banche: intrecci pericolosi. La mappa degli advisor

Banche, banche d’affari e studi legali. Il processo di trasformazione societaria indotto dal decreto Renzi dello scorso gennaio – ora divenuto legge dello Stato – e i ripetuti inviti al consolidamento del settore giunti dall’Autorità di vigilanza europea, hanno dato il via alla partita delle consulenze.
L’universo di osservazione per ora è diviso in due gruppi: chi intende muoversi per tempo, considerando l’obbligo di legge come una opportunità da volgere a proprio favore e chi, invece, punta a procrastinare ogni decisione in merito, contando su quel track record tipicamente italiano che ha visto, nel corso degli anni, la trasformazione di molte decisioni in verdetti di segno nullo o addirittura contrario, in forza di ricorsi alle varie magistrature competenti e dell’italico senso di rifiuto del cambiamento che affonda le proprie radici anche in alcuni capolavori della Letteratura.
Schieramenti
Da una parte oggi si trovano la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, spinte da anni di bilanci devastati da miliardi di perdite, a correre rapidamente ai ripari. Con loro, nel gruppo degli istituti più attivi, ci sono anche alcune delle più grandi banche italiane, da Ubi al Banco Popolare, dalla Popolare di Milano alla Popolare dell’Emilia-Romagna. Ubi, addirittura, ha già superato lo scoglio della assemblea di trasformazione in spa e lo ha fatto con un invidiabile senso di apertura al mercato e di prospettiva di sviluppo non essendo in alcun modo pressata dai conti o dalle autorità di vigilanza.
Timing
Tutte le altre hanno preferito per ora stare ferme, alla finestra. C’è tempo fino alla fine del 2016 per dare esecuzione alla volontà espressa dalla legge (ed è proprio nell’ultimo quadrimestre del prossimo anno che si va a collocare la trasformazione in Spa della Popolare dell’Emilia-Romagna), e l’Expo di Milano ha recentemente confermato l’italica passione per le corse dell’ultimo minuto. La sentenza del Tar che il 10 febbraio entrerà nel merito del ricorso presentato da alcune associazioni di consumatori, da banche e da singoli azionisti, sarà uno snodo fondamentale sulla via dell’applicazione dei termini di una riforma che, per decenni, è stata demandata agli organi di autogoverno del settore (e dei singoli istituti di credito), producendo soltanto una colossale perdita di tempo e rendendo manifesta la volontà diffusa a non cambiare alcunché in un comparto, quello delle banche popolari, che intendeva cristallizzare norme ottocentesche in un contesto di riferimento profondamente cambiato.
Partnership
Oggi la partita è in mano agli advisor. Mediobanca cura gli interessi strategici di Banco Popolare (assieme a Bank of America Merrill Lynch) e della Popolare di Vicenza. Rothschild quelli di Veneto Banca, la Bper si è affidata a Goldman Sachs, PopMilano a Citigroup e Lazard. Ubi si affida, per ora informalmente a Credit Suisse, ma sembra esserci un avvicinamento da parte di Morgan Stanley. Le altre tacciono, si nascondono nelle retrovie come se il provvedimento di legge non le riguardasse e sperano nella sentenza della giustizia amministrativa.
Il nodo, al momento, è Veneto. Qui, tra Vicenza e Montebelluna, l’impegno dei consulenti è massimo. Perché se in tutte le altre piazze si tratta di trasformare una realtà cooperativa in Spa e di individuare tra i molti il miglior partner possibile, in Veneto la situazione è molto più complessa. Soprattutto attorno a una vicenda, ovvero l’aspetto legale dell’inalienabile diritto di recesso in capo ai soci di una cooperativa che diviene società di capitali. Per tutte le banche quotate viene data dal mercato l’indicazione di un prezzo, che è quello a cui si scambiano i titoli sui mercati regolamentati. Ma per chi non è quotato come Veneto e Vicenza? A quale livello di prezzo si possono liquidare le azioni del socio recedente? Il problema non è banale.
Recedenti
A Vicenza, ad esempio, hanno incaricato della vicenda l’avvocato Sergio Erede. I titoli oggi sono molto lontani dai 48 euro della stima fatta la scorsa primavera. E il nuovo prezzo si formerà solo al momento del collocamento in Borsa, contestualmente all’aumento di capitale da 1,5 miliardi di euro. E il socio che vuole lasciare, cosa fa? La legge oggi impone di far conoscere il prezzo del recesso con almeno 15 giorni d’anticipo. Un’ipotesi irrealizzabile nella fattispecie della banca vicentina, dato che il prezzo si formerà solo al momento della quotazione. Come uscirne? Probabilmente al socio si riconoscerà il diritto di recedere al prezzo della quotazione, fatto salvo il diritto di recedere dal recesso nel momento in cui, noto il prezzo, questo non risultasse soddisfacente.
La partita delle aggregazioni si dovrà invece giocare tra soci con la stessa forma giuridica. Matrimoni misti sembrano avviati a insoddisfazione. È proprio questo l’ostacolo maggiore al più gettonato degli incontri del momento, quello tra PopMilano e la Carige. I genovesi sono spa e il management ligure conosce bene le pastoie che si possono venire a creare, per volontà di pochi, dalle parti di piazza Meda. Meglio aspettare, dicono a Genova. E in questo caso sembrano avere ragione.

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